Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che, mentre raccontano una storia, interrogano la storia stessa. Dravdor, Dominio di Ripetizione Assoluta, di Waldemaro Morgese, appartiene a questa seconda e più rara categoria. È uno di quei libri che sfuggono alle definizioni, perché la fantascienza ne costituisce soltanto l’abito esteriore. Sotto la trama si muove infatti una lunga meditazione sul destino dell’uomo, sul significato della memoria e sulla ciclicità del potere.
Dravdor è un pianeta immaginario; eppure, pagina dopo pagina si comprende che il vero territorio esplorato non è un altrove cosmico, il mondo parallelo, bensì la coscienza del nostro pianeta. La Terra è ormai un globo di ghiaccio, abbandonato dagli ultimi superstiti, ma continua a vivere nella nostalgia e insieme in un processo mai concluso. Otto ed Elyse, i due protagonisti, approdano nel nuovo mondo non come colonizzatori né come eroi, ma come reduci della storia. Portano con sé il poco che resta di una civiltà: alcuni libri, qualche ricordo, molte domande.
In questo senso essi ricordano una nuova coppia originaria. Non sono Adamo ed Eva prima della caduta, bensì dopo ogni possibile caduta. Hanno conosciuto il progresso, le rivoluzioni, le guerre, le illusioni politiche e le promesse della tecnica. Sono sopravvissuti non soltanto alla fine del loro pianeta, ma anche al tramonto delle grandi narrazioni che avevano sostenuto la modernità.
Il vero protagonista del romanzo non è Dravdor, ma la memoria.
Non è casuale che uno dei luoghi più intensi dell’opera sia una biblioteca scavata nella roccia: la caverna. In un universo governato dalle Intelligenze Artificiali, i libri superstiti diventano un gesto di resistenza culturale. Non sono semplicemente oggetti da conservare, ma frammenti di una civiltà che aveva imparato a conoscersi attraverso il dubbio, il dialogo e la lentezza della lettura. Mentre le nuove intelligenze amministrano il sapere come un’immensa rete di informazioni, Otto ed Elyse custodiscono ciò che nessun algoritmo potrà mai sostituire: l’esperienza umana della conoscenza.
È qui il nucleo più originale del romanzo.
Morgese non contrappone ingenuamente uomo e macchina. Sarebbe una lettura troppo semplice. Piuttosto riflette su cosa accade quando una civiltà rinuncia alla propria memoria critica. Le Intelligenze Artificiali conquistano progressivamente il governo di Dravdor, ma il loro dominio finisce col riprodurre le stesse logiche che avevano caratterizzato gli uomini. Cambiano i governanti, non le strutture del potere. Cambiano gli strumenti, non la natura delle ambizioni.
Ecco allora il senso profondo del titolo: il dominio della ripetizione assoluta.
La storia ritorna. Le rivoluzioni promettono emancipazione e producono nuove gerarchie. I vincitori amministrano la memoria, i vinti vengono consegnati all’oblio. È un motivo che attraversa l’intero libro e che richiama, quasi in filigrana, quella riflessione sui “corsi e ricorsi” che attraversa la cultura europea da Vico fino al Novecento.
Per questa ragione Dravdor è disseminato di rimandi storici e letterari. La Rivoluzione d’Ottobre, il Gulag, le deportazioni, i terremoti, il cosmismo russo, la filosofia della scienza, la letteratura di viaggio, la musica, la gastronomia: nulla appare ornamentale. Ogni citazione amplia il campo visivo del romanzo e contribuisce a costruire un’opera che vive di stratificazioni successive, come una città edificata sopra le proprie rovine.
Anche la fantascienza, in fondo, è soltanto una delle sue lingue.
Il pianeta immaginario diventa così uno specchio nel quale l’umanità continua a contemplare se stessa. Le creature deformi di Irax, gli animali parlanti, le Singolarità Artificiali, i transumani non sono figure eccentriche, ma variazioni di una medesima domanda: esiste davvero un progresso morale capace di accompagnare quello tecnologico?
La risposta non arriva mai in forma esplicita. Morgese preferisce il dubbio alle sentenze. E forse è proprio questa la qualità più significativa del libro. Nell’epoca delle convinzioni immediate e delle opinioni definitive, Dravdor recupera il valore della complessità. Costringe il lettore a rallentare, a sostare sulle pagine, a seguire i continui rimandi che collegano il mito alla cronaca, la filosofia alla politica, la memoria personale alla storia collettiva.
Persino il labirinto costruito dai ragazzi dravdoriani dopo la catastrofe di Irax assume il valore di una metafora universale. Non rappresenta soltanto il dolore di una comunità ferita. È l’immagine della condizione umana: continuiamo a cercare un’uscita mentre percorriamo, spesso inconsapevolmente, gli stessi sentieri già battuti da chi ci ha preceduto.
E tuttavia il romanzo non indulge al pessimismo. Il suo finale lascia filtrare una speranza silenziosa. Non nasce dalla vittoria di una civiltà sull’altra, né dall’affermazione della tecnica o del ritorno nostalgico al passato. Nasce dall’incontro. Dal meticciamento tra specie diverse, dalla curiosità dei giovani, dalla possibilità che la memoria diventi dialogo anziché monumento.
È una conclusione coerente con l’intero percorso del libro. Perché, se la storia tende a ripetersi, non è detto che debba ripetersi identica. La memoria non serve a conservare il passato come una reliquia, ma a impedirgli di trasformarsi in destino.
Forse è questa la lezione più preziosa di Dravdor. In un tempo che celebra l’accumulazione delle informazioni e dimentica il valore della conoscenza, Waldemaro Morgese ci consegna un romanzo che restituisce dignità alla lentezza del pensiero. Un’opera che non cerca il consenso immediato né l’effetto spettacolare, ma invita il lettore a una conversazione lunga, esigente e profondamente umana.
Come ogni vero libro destinato a durare, Dravdor non termina con l’ultima pagina. Comincia, piuttosto, nel momento in cui il lettore chiude il volume e scopre che le domande dei suoi protagonisti sono diventate anche le proprie.
Pietro Fabris









