Ci sono sacerdoti che sanno essere compagni di strada sulla via di Emmaus e uomini tra gli uomini. Sono testimoni di Cristo, via di risurrezione e libertà; ponti e oasi di accoglienza dove ogni incontro diventa occasione di rinascita. Don Antonio Mazzi apparteneva a questa schiera. Era un uomo dell’ascolto, convinto che fare domande fosse il primo passo per ripartire e che l’intelligenza del cuore dissipasse ogni presunzione di sapere. Era un sacerdote disposto a scommettere su chi si era smarrito, su chi continuava a essere pur essendo rimasto impigliato tra i rovi dell’esistenza.
Con la sua morte, avvenuta a Milano il 31 luglio 2026 all’età di novantasei anni, si chiude una delle pagine più significative del cattolicesimo sociale italiano del Novecento e dell’inizio del nuovo secolo. Una stagione nella quale il Vangelo si è fatto pane spezzato, parola viva e pratica quotidiana di ascolto, accoglienza e responsabilità verso chi aveva perso l’uso delle gambe della speranza e aveva bisogno della comunità per rialzarsi.
La sua vicenda si inserisce in una tradizione precisa della Chiesa italiana. Quella inaugurata da san Giovanni Bosco, che nella Torino dell’industrializzazione comprese come i ragazzi abbandonati avessero bisogno prima di tutto di una casa e di qualcuno che credesse in loro. Quella proseguita da sant’Annibale Maria Di Francia, che negli orfani e nei poveri riconobbe il volto stesso di Cristo, facendo della carità un progetto educativo prima ancora che assistenziale.
Don Antonio Mazzi si trovò davanti a un’altra povertà: quella delle metropoli moderne. La devastazione dell’eroina, delle dipendenze, della solitudine e della perdita di senso. Una miseria meno visibile e, forse proprio per questo, più difficile da riconoscere. Capì che non bastavano la medicina, la repressione o le sentenze. Occorreva restituire ai giovani una ragione per vivere.
Nato il 30 novembre 1929 in provincia di Verona e ordinato sacerdote a Ferrara nel 1955, non si accontentò della formazione ecclesiastica. Studiò psicologia, psicopedagogia e psicoanalisi tra Roma, Milano e Bologna. Era convinto che per curare l’anima fosse necessario conoscere anche le ferite della mente, una convinzione che negli anni Sessanta appariva quasi rivoluzionaria per un sacerdote.
Quando il Parco Lambro divenne il simbolo dell’emergenza eroina, comprese che la risposta non poteva limitarsi al recupero sanitario. Nel 1984 nacque così Exodus. Non semplicemente una comunità terapeutica, ma un luogo dove lavoro, fatica, cammino, relazioni e responsabilità diventavano strumenti di rinascita. Più che togliere qualcuno dalla droga, si trattava di restituirgli una vita.
Come Don Bosco, anche Mazzi era persuaso che l’educazione fosse innanzitutto una relazione. Non correggere dall’alto, ma accompagnare; non giudicare, ma far emergere il bene che continua ad abitare ogni persona, anche quando sembra definitivamente soffocato.
Accanto a questa tradizione educativa si collocano altre figure che hanno segnato il cattolicesimo italiano degli ultimi decenni. Don Andrea Gallo percorreva i vicoli del porto di Genova scegliendo di stare accanto agli emarginati, ai tossicodipendenti, ai detenuti e agli ultimi senza chiedere loro un certificato di rispettabilità. Don Tonino Bello parlava invece di una “Chiesa del grembiule”, capace di inginocchiarsi davanti alle ferite del mondo prima ancora che di salire in cattedra. Strade differenti, sensibilità talvolta lontane anche sul piano ecclesiale, ma unite dalla convinzione che il Vangelo acquisti credibilità solo quando si fa prossimità, quando diventa messaggio di riscatto e riconoscimento dell’altro negli orizzonti del Mediterraneo, spazio fecondo nel quale riconoscersi uomini e donne di pace.
Don Mazzi apparteneva a questa stessa passione morale. Meno profetico di don Tonino, meno provocatore di don Gallo, più educatore che tribuno, più costruttore che contestatore. La sua rivoluzione non passava dalle piazze, ma dalle comunità. Non cercava simboli, cercava persone.
La sua voce divenne familiare anche attraverso la televisione, gli articoli sui giornali e le decine di libri nei quali spiritualità, autobiografia e pedagogia si intrecciavano senza artifici. Per don Antonio Mazzi la televisione non fu mai un palcoscenico sul quale costruire notorietà personale. Era uno strumento per arrivare a tantissimi, soprattutto a coloro che non avrebbero mai incontrato un sacerdote o varcato la soglia di una comunità. Credeva nella televisione quando essa sapeva essere autentico servizio pubblico: un luogo capace di educare, interrogare le coscienze, dare voce agli ultimi e seminare speranza. Non una passerella per uscire da un opaco anonimato o alimentare il protagonismo individuale, ma un mezzo al servizio della persona e del bene comune. Parlava con franchezza, talvolta con durezza, ma sempre con l’autorevolezza di chi aveva trascorso la vita accanto alle fragilità reali e non a quelle raccontate. Era un testimone che si metteva in gioco sporcandosi le mani, così diverso da chi consuma inchiostro e parole dal divano di casa.
Negli ultimi anni aveva preparato con discrezione il futuro della Fondazione Exodus, affidandone la guida a una nuova generazione di educatori. Continuava a seguire la vita della comunità dalla Cascina Molino Torrette come un padre avanti negli anni che non smette mai di osservare i propri figli spirituali crescere, senza protagonismo ma con il senso di responsabilità di chi si sente ancora servo di un’opera di rinascita.
La sua scomparsa lascia certamente un vuoto. Ma soprattutto interroga il nostro tempo. In una società che moltiplica gli strumenti per comunicare e fatica sempre più a educare, chi sarà disposto a perdere tempo con chi ha smarrito la strada?
Forse è questa l’eredità più autentica di don Antonio Mazzi. Non le sedi di Exodus disseminate in Italia, non i libri, non le apparizioni televisive. Ma le migliaia di esistenze ricostruite lontano dai riflettori. Come Don Bosco, come sant’Annibale Maria Di Francia, come don Andrea Gallo e don Tonino Bello, ha ricordato che il cristianesimo continua a parlare al mondo quando sceglie di abitare le periferie per restituire a chi le vive la possibilità di immaginare un futuro.
Perché educare, in fondo, significa proprio questo: continuare a tenere accesa la speranza quando tutti gli altri hanno smesso di farlo. È questa la certezza che don Antonio Mazzi consegna alla Chiesa e alla società italiana: che nessuna vita è perduta finché qualcuno è disposto a camminare accanto a chi è caduto.
Pietro Fabris










