La Puglia dipinta sul soffitto: il grande racconto di Antonio Lanave

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Nella Sala Consiliare della Città Metropolitana di Bari, un’opera del 1935 trasforma la Terra di Bari in un teatro di mare, lavoro, agricoltura e mito. Ma dietro la bellezza della scena si legge anche la storia politica del Ventennio.

Ci sono opere d’arte che si limitano a decorare uno spazio e altre che, invece, sembrano raccontare un’intera città. È il caso della grande tela che domina la Sala Consiliare della Città Metropolitana di Bari: una spettacolare allegoria della Provincia di Bari, realizzata nel 1935 dal pittore barese Antonio Lanave.
La tela, caratterizzata dalla singolare forma quadrilobata, si inserisce nel programma decorativo del Palazzo della Provincia, costruito tra il 1932 e il 1935 sul lungomare Nazario Sauro. La firma dell’artista, «A. Lanave», è accompagnata dalla dicitura «Anno XIII E.F.», cioè il tredicesimo anno dell’Era Fascista.
Ed è proprio questa doppia natura, artistica e storica, a rendere oggi il dipinto particolarmente interessante.
Al centro della composizione domina una figura femminile maestosa, seduta su un trono: è la personificazione della Provincia di Bari. Il suo aspetto richiama volutamente l’antica iconografia delle città e delle nazioni rappresentate come figure femminili. Alle sue spalle compare un’architettura riconducibile alla Cattedrale di San Sabino, quasi a stabilire un legame diretto fra la modernità amministrativa della Provincia e la storia millenaria della città. Intorno alla figura centrale si sviluppa un vero e proprio teatro della Puglia. A sinistra compare il mare con i suoi pescatori; accanto, alcune figure femminili portano rami d’ulivo, spighe, fiori e prodotti della terra. Al centro e in primo piano incontriamo contadini, vendemmiatori e lavoratori. A destra compaiono altre figure che richiamano il commercio e i rapporti con il Mediterraneo.
Lanave costruisce così una sorta di grande catalogo simbolico dell’economia barese: il mare, il grano, l’olio, il vino, la pesca, l’agricoltura, l’allevamento e il commercio. Non è una semplice scena di genere. È la rappresentazione idealizzata di una comunità nella quale ogni lavoro contribuisce alla prosperità collettiva. Uno degli aspetti più affascinanti dell’opera è proprio la rappresentazione del lavoro. I corpi dei contadini e dei pescatori sono robusti, monumentali, quasi eroici. La fatica quotidiana viene trasformata in una celebrazione della forza produttiva della terra. È una scelta tipica della grande pittura pubblica dell’epoca: il lavoratore non viene mostrato nella sua dimensione sociale e problematica, ma come simbolo della dignità, della produttività e della forza della comunità.
La Puglia dipinta da Lanave appare quindi armoniosa e generosa: una terra che produce, un mare che nutre, una città che commercia e una popolazione unita intorno alla propria identità. È una rappresentazione certamente idealizzata, ma proprio per questo estremamente significativa. Particolarmente importante è il rapporto con il mare. Bari viene presentata non come una città periferica, ma come una realtà profondamente inserita nel Mediterraneo. Il pescatore e le imbarcazioni sullo sfondo ricordano l’antichissima vocazione marinara della città. La presenza di figure legate al commercio suggerisce inoltre la vocazione della città agli scambi con l’Oriente. È una visione che trova una forte corrispondenza nella storia di Bari: città portuale, punto di incontro fra Occidente e Oriente, luogo nel quale il Mediterraneo non rappresenta un confine ma una via di comunicazione.
Ma la tela non può essere separata dal momento storico nel quale venne realizzata. Il 1935 è infatti il XIII anno dell’Era Fascista. La presenza dei riferimenti al fascismo e del fascio littorio nella composizione mostra come anche questa grande decorazione pubblica partecipasse al linguaggio celebrativo del regime. Questo elemento non diminuisce il valore artistico dell’opera; al contrario, ne rende la lettura più complessa. La tela mostra infatti come il potere politico cercasse di costruire una determinata immagine della società: ordinata, laboriosa, produttiva, armoniosa e profondamente legata alla propria terra. L’arte pubblica diventava così anche uno strumento di autorappresentazione politica. Oggi, naturalmente, possiamo guardare quest’opera con occhi completamente diversi. Non siamo chiamati a condividere il messaggio ideologico per apprezzarne la qualità artistica. Possiamo invece considerarla per ciò che è diventata: una testimonianza visiva di un’epoca.
La qualità della pittura rivela la formazione di Lanave nella grande tradizione accademica e decorativa tra Otto e Novecento. L’artista fu allievo di Raffaele Armenise e partecipò anche alla decorazione del Teatro Petruzzelli. Nella sua pittura si riconoscono il gusto per la composizione monumentale, la cura dei corpi, la luminosità dei colori e una particolare attenzione agli effetti scenografici. La tela della Sala Consiliare sembra quasi una scena teatrale vista dall’alto: le figure si dispongono lungo diagonali successive e conducono lo sguardo dello spettatore verso la figura centrale. La forma quadrilobata contribuisce ulteriormente a creare l’impressione di una grande finestra aperta sulla Puglia.
Il vero fascino dell’opera consiste però nella sua capacità di parlare contemporaneamente di arte e di storia. Guardando quella tela possiamo riconoscere una Puglia fatta di ulivi, grano, mare, pesca, agricoltura e commerci. Possiamo riconoscere la centralità di Bari e il suo rapporto con il Mediterraneo. Ma possiamo anche riconoscere la mentalità politica del 1935, quando l’arte pubblica doveva contribuire alla costruzione di una determinata immagine della società. Ed è proprio questa stratificazione a rendere oggi l’opera preziosa. La tela di Lanave non è soltanto una decorazione della Sala Consiliare. È una capsula della memoria barese. Racconta la città che voleva diventare moderna, la provincia che cercava una propria identità, la forza simbolica del lavoro e la vocazione mediterranea di Bari. E, nello stesso tempo, conserva la traccia di un periodo politico che appartiene alla storia italiana. Forse per questo, entrando nella Sala Consiliare, vale la pena alzare gli occhi. Perché sopra le nostre teste non c’è soltanto un dipinto. C’è una Puglia intera che, attraverso il linguaggio dell’allegoria, continua a raccontare se stessa.
Antonio Calisi

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