Quando la spiritualità lascia il segno nel cervello: la scienza scopre una possibile “riserva” contro la depressione

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Una ricerca coordinata da Lisa Miller alla Columbia University mette in relazione l’importanza attribuita alla dimensione spirituale con una maggiore robustezza della corteccia cerebrale. Non conta soltanto frequentare una chiesa o partecipare ai riti: sembra contare soprattutto quanto la spiritualità sia realmente significativa e integrata nella propria vita.

E se la spiritualità, oltre a nutrire l’anima, lasciasse una traccia anche nel cervello?

La domanda, che per secoli sarebbe appartenuta soprattutto alla filosofia e alla teologia, oggi entra nei laboratori delle neuroscienze. Non perché la scienza possa misurare la fede o stabilire che cosa sia Dio, ma perché può osservare ciò che accade nel cervello quando una persona attribuisce alla propria dimensione spirituale un’importanza profonda e stabile.

È proprio su questo terreno che si colloca il lavoro della psicologa e neuroscienziata Lisa Miller, docente presso il Teachers College della Columbia University, che da anni studia il rapporto tra spiritualità, salute mentale e funzionamento cerebrale.

Uno degli studi più interessanti, pubblicato nel 2014 su JAMA Psychiatry, ha esaminato 103 adulti, alcuni dei quali appartenenti a famiglie con un’elevata vulnerabilità familiare alla depressione. I ricercatori hanno raccolto informazioni sull’importanza attribuita alla religione o alla spiritualità e hanno analizzato immagini ottenute mediante risonanza magnetica strutturale.

Il risultato è sorprendente: nelle persone che attribuivano un’elevata importanza personale alla religione o alla spiritualità, veniva osservata una maggiore thickness, cioè uno spessore della corteccia cerebrale, in diverse aree, comprese regioni parietali e occipitali, il precuneo, il cuneo e una porzione della regione frontale mediale.

Non si tratta, però, di dire semplicemente che «chi crede ha un cervello migliore». Sarebbe una conclusione che lo studio non autorizza.

La ricerca mostra infatti una associazione, non dimostra che la spiritualità provochi direttamente l’aumento dello spessore corticale. Gli stessi autori sottolineano esplicitamente che i dati sono correlazionali e che non consentono di stabilire un rapporto causale.

Ed è proprio questa prudenza scientifica a rendere il risultato ancora più interessante.

C’è un particolare dello studio che merita forse più attenzione del dato anatomico.

La differenza non sembrava dipendere semplicemente dalla frequenza della partecipazione ai servizi religiosi.

In altre parole, il numero di volte in cui una persona frequenta una chiesa non risultava, da solo, il fattore decisivo. L’associazione più significativa riguardava invece l’importanza personale attribuita alla religione o alla spiritualità.

È una distinzione tutt’altro che secondaria.

La ricerca sembra suggerire che, dal punto di vista neurobiologico, non sia sufficiente una pratica semplicemente esteriore. Ciò che emerge è piuttosto il possibile ruolo di una dimensione spirituale interiorizzata, personalmente significativa e stabile nel tempo.

Un’altra analisi dello stesso filone di ricerca ha infatti evidenziato che la maggiore importanza attribuita alla religione o alla spiritualità era associata a una corteccia più spessa, mentre non emergeva una significativa associazione con la semplice frequenza della partecipazione religiosa.

La scienza, dunque, non sta dicendo che il rito non abbia valore. Sta mostrando qualcosa di più sottile: la pratica esterna e il significato interiore non sono necessariamente la stessa cosa.

Qui la ricerca diventa ancora più affascinante.

Gli studiosi avevano già osservato, negli stessi studi longitudinali, fenomeni di assottigliamento corticale in alcune aree cerebrali associate alla vulnerabilità familiare alla depressione. Le regioni nelle quali veniva osservata una maggiore robustezza corticale nelle persone che attribuivano grande importanza alla spiritualità comprendevano, in particolare, zone che risultavano coinvolte anche nei fenomeni di assottigliamento associati al rischio depressivo.

Da qui nasce l’ipotesi di una sorta di “riserva corticale”.

Gli autori hanno proposto che una maggiore robustezza della corteccia possa rappresentare uno dei possibili meccanismi di resilienza nei confronti della depressione, soprattutto nelle persone geneticamente o familiarmente più vulnerabili. Ma, ancora una volta, si tratta di un’ipotesi interpretativa, non della dimostrazione che la fede prevenga la depressione.

La distinzione è fondamentale.

La spiritualità non può essere presentata come una terapia sostitutiva per la depressione, né una persona depressa dovrebbe sentirsi colpevole perché la propria fede non le impedisce di stare male. La depressione è una condizione complessa, nella quale intervengono fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali.

Ma la domanda scientifica resta affascinante: può una vita spirituale autenticamente vissuta contribuire a costruire forme di resilienza psicologica e neurobiologica?

Le ricerche di Miller suggeriscono che vale la pena continuare a studiarlo.

Negli anni successivi, altri lavori dello stesso filone hanno cercato di approfondire il rapporto tra spiritualità, struttura cerebrale e depressione. Uno studio pubblicato nel 2017 ha confermato l’associazione tra elevata importanza attribuita alla religione/spiritualità e maggiore spessore corticale, aggiungendo anche un’associazione con una maggiore superficie della corteccia nelle persone ad alto rischio familiare di depressione. Anche in questo caso non è stata trovata una relazione significativa con la semplice frequenza della partecipazione religiosa.

Ancora più interessante è un lavoro successivo, pubblicato nel 2021, nel quale i ricercatori hanno esaminato una rete di regioni cerebrali legate alle esperienze spirituali. In quel campione, alcune dimensioni della spiritualità — in particolare altruismo e amore del prossimo — risultavano associate a una maggiore robustezza corticale e, contemporaneamente, a indicatori di minore vulnerabilità depressiva.

Ed è forse qui che la questione diventa culturalmente e umanamente più interessante.

La spiritualità studiata dalla neuroscienza non appare soltanto come un insieme di idee astratte. Può comprendere senso di appartenenza, trascendenza, altruismo, amore del prossimo, percezione di un significato più grande di sé.

Non è dunque soltanto ciò che una persona pensa, ma anche il modo in cui quel significato viene incorporato nella propria esistenza.

Occorre però evitare una tentazione molto diffusa: utilizzare la neuroscienza per trasformare la fede in una semplice funzione cerebrale.

Una risonanza magnetica può mostrare differenze nello spessore di una corteccia. Può studiare connessioni, attività e modificazioni strutturali. Può aiutare a comprendere come esperienze, comportamenti e condizioni psicologiche siano associate al funzionamento del cervello.

Non può misurare la grazia, la preghiera nella sua dimensione teologica, la presenza di Dio o il mistero della fede.

Può, però, porre una domanda straordinariamente interessante: che cosa accade alla persona quando il senso della propria vita non è soltanto un concetto, ma diventa una realtà interiormente vissuta?

Ed è precisamente su questo confine tra neuroscienze, psicologia e spiritualità che il lavoro di Lisa Miller assume particolare interesse.

Forse la lezione più provocatoria di queste ricerche non riguarda nemmeno lo spessore della corteccia.

Riguarda il significato.

Viviamo in una società nella quale molte persone possiedono una quantità enorme di informazioni, ma faticano a rispondere a una domanda elementare: “Perché vivo?”

La ricerca di Miller invita, con tutte le necessarie cautele scientifiche, a non considerare irrilevante questa domanda.

Avere una dimensione spirituale non significa necessariamente compiere più gesti religiosi. Significa poter collocare la propria esistenza dentro un orizzonte di significato, di relazione, di trascendenza e in molte tradizioni religiose, di amore.

La differenza potrebbe essere proprio questa: non una spiritualità semplicemente praticata, ma una spiritualità realmente abitata.

E qui la neuroscienza incontra una delle intuizioni più antiche dell’esperienza religiosa: l’uomo non vive soltanto di ciò che possiede o di ciò che fa. Ha bisogno anche di un significato che orienti ciò che fa e dia un senso a ciò che vive.

La ricerca scientifica non ha dimostrato che la fede “rende più spesso il cervello”. Ha mostrato qualcosa di più preciso e, forse, più affascinante: in determinati campioni e soprattutto nelle persone ad alto rischio familiare di depressione, una forte importanza attribuita alla religione o alla spiritualità è risultata associata a caratteristiche corticali potenzialmente compatibili con una maggiore resilienza.

È un dato da approfondire, non una sentenza definitiva.

Ma è anche un invito a guardare alla vita spirituale con occhi nuovi.

Perché forse, mentre l’uomo cerca Dio, anche il suo cervello sta imparando a dare una forma al significato che ha scelto di abitare.

Antonio Calisi

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