Yervant Gianikian, l’uomo che riportava alla luce il tempo sepolto nella pellicola

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C’è una scena che racconta meglio di ogni biografia chi era Yervant Gianikian, maestro del cinema sperimentale e delle arti visive: un uomo chiuso nel buio di uno studio milanese, chino su una macchina costruita con le proprie mani, che per anni, fotogramma dopo fotogramma, riporta alla luce ciò che il tempo e il fuoco avrebbero voluto cancellare. Non è una metafora, è stato il suo gesto quotidiano per oltre quarant’anni. Il 3 luglio 2026 si è spento a Milano, a 84 anni, e solo ora, a distanza di settimane, si può provare a mettere a fuoco cosa lascia davvero dietro di sé: non un archivio chiuso, ma un metodo, uno sguardo, quasi una teologia laica dell’immagine.

Il regista Gianikian con Angela Ricci Lucchi

Il regista Gianikian con Angela Ricci Lucchi

Nato a Merano nel 1942 da padre sopravvissuto al genocidio armeno e madre austro-italiana, Gianikian studia architettura a Venezia prima di incontrare, negli anni Settanta, Angela Ricci Lucchi, pittrice formatasi con Oskar Kokoschka. Da quel sodalizio nascono i primi “film profumati“, proiezioni accompagnate da essenze pensate per dialogare con le immagini. Ma è nel 1982, a Milano, che la loro storia svolta: l’archivio di Luca Comerio, pioniere del cinema italiano, rischia il macero. Pellicole di viaggi coloniali e di guerra, su nitrato infiammabile, si stanno letteralmente decomponendo. I due artisti non si limitano a salvarle: inventano la “camera analitica“, una macchina artigianale, a manovella, capace di rifilmare fotogramma per fotogramma un materiale ormai troppo fragile per qualsiasi proiettore.

Con quello strumento rallentano, isolano dettagli, virano colori: un soldato colpito, a velocità normale, cade e basta; dilatato fotogramma per fotogramma, il suo dolore torna visibile. Nasce così Dal Polo all’Equatore (1981-1986), cinquecentomila immagini rimontate in cinque anni di lavoro, primo di una serie di opere — Oh! Uomo, Inventario balcanico, Pays Barbare — che scavano nella violenza del colonialismo, delle guerre novecentesche, dello sterminio dei Rom, restituendo dignità a corpi anonimi fissati dagli obiettivi dei loro stessi conquistatori.

Il loro cinema, esposto al Centre Pompidou, al MoMA, al Jeu de Paume, alla Cinémathèque Française, non ha mai avuto nulla di consolatorio o museale: un’archeologia critica delle immagini, condotta con la lentezza di chi tratta la memoria come materia viva. Il riconoscimento più alto arriva nel 2015, quando il Padiglione armeno vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, istituzione con cui Gianikian intreccia un legame di mezzo secolo, dal 1976 al 2025.

Nel 2018 muore Angela Ricci Lucchi. Yervant Gianikian risponde all’unico modo che conosce: filmando. Nasce la trilogia I diari di Angela – Noi due cineasti, presentata in tre capitoli fino all’82ª Mostra di Venezia nel 2025, ultimo atto d’amore verso la compagna di una vita, girato con lo stesso rigore analitico rivolto per decenni alle immagini della Storia.

Resta, oggi, un metodo che ha dimostrato come si possa fare storia non attraverso il documento scritto ma attraverso la carne stessa dell’immagine in movimento. E resta il desiderio che quel lavoro non diventi monumento immobile, ma continui a essere guardato, proiettato, vissuto: l’unico modo, per un uomo che ha passato la vita a riaprire archivi dati per morti, di restare davvero presente.

M. Siranush Quaranta

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