Negli anni Novanta, un fisico russo pubblicò una serie di libri destinati a diventare celebri soltanto molti anni più tardi. Il suo nome è Vadim Zeland e la sua teoria, conosciuta come Reality Transurfing, continua ancora oggi a suscitare interesse, curiosità e anche una certa diffidenza.
La sua tesi, in fondo, è semplice. E proprio per questo può risultare disturbante: la realtà che viviamo non dipenderebbe soltanto dagli sforzi che compiamo, ma anche — e forse soprattutto — dallo stato interiore con cui ci muoviamo nel mondo.
Zeland parla di “linee della realtà” e di “transurfing”, utilizzando un linguaggio che mescola metafore quantistiche, psicologia, filosofia e spiritualità. Per alcuni si tratta di una teoria priva di basi scientifiche; per altri, invece, di un modo suggestivo per descrivere un meccanismo psicologico molto concreto: il nostro stato interiore influenza ciò che notiamo, le decisioni che prendiamo e, di conseguenza, la traiettoria che percorriamo.
Partiamo da un dato misurabile: il cervello umano non registra ogni elemento della realtà che lo circonda. Le informazioni sono troppe. Per questo il nostro sistema percettivo seleziona, filtra e organizza ciò che riceviamo, costruendo una rappresentazione del mondo.
Non vediamo semplicemente “la realtà”. Vediamo una realtà filtrata dalla nostra attenzione, dalle nostre aspettative, dalle nostre esperienze e dalle nostre convinzioni.
Chi è costantemente concentrato sul pericolo, per esempio, tenderà a individuare più facilmente minacce e ostacoli. Chi cerca opportunità sarà più incline a riconoscere possibilità che prima non aveva notato.
Questo non significa che la mente possa creare magicamente qualsiasi cosa desideri. Significa, più concretamente, che cambiando il proprio stato interiore può cambiare ciò che diventa rilevante, visibile e significativo.
Non cambia necessariamente il mondo intero. Può cambiare, però, la traiettoria che percorriamo dentro quel mondo.
Il meccanismo è relativamente semplice.
L’attenzione orienta ciò che osserviamo. Ciò che osserviamo influenza le nostre decisioni. Le decisioni ripetute diventano abitudini. Le abitudini, nel tempo, contribuiscono a costruire la nostra vita.
Per questo la situazione non è mai completamente neutra. Il modo in cui interagiamo con ciò che accade modifica, almeno in parte, l’evoluzione degli eventi.
Non significa controllare la realtà. Significa muoversi al suo interno in modo meno casuale.
Una persona dominata dalla paura, per esempio, tenderà a evitare determinate situazioni. Una persona convinta di non avere possibilità potrebbe non riconoscere le occasioni che le si presentano. Una persona che, invece, sviluppa fiducia e lucidità potrebbe compiere scelte diverse davanti allo stesso identico evento.
Lo scenario esterno può essere lo stesso. A cambiare è il modo di attraversarlo.
La cosa più interessante è che l’idea di Zeland, al di là del linguaggio moderno con cui viene espressa, non è completamente nuova.
Già lo stoicismo greco e romano aveva posto al centro della vita umana il rapporto tra gli eventi e il giudizio che formuliamo su di essi.
Epitteto lo spiegava con chiarezza: non sono gli eventi in sé a determinare la nostra esperienza, ma il giudizio che formuliamo su di essi.
Non controlliamo tutto ciò che accade. Possiamo però, almeno in parte, lavorare sul modo in cui interpretiamo ciò che accade e sulla risposta che scegliamo di dare.
E qui si trova un passaggio decisivo: cambiare il giudizio può cambiare l’azione. Cambiare l’azione può modificare le conseguenze. E modificare le conseguenze può, nel tempo, cambiare la direzione della nostra vita.
Un’idea simile si ritrova anche nella tradizione taoista cinese, attraverso il concetto di wu wei, spesso tradotto come “non agire” o “agire senza forzare”.
Il significato, tuttavia, non è quello della passività.
Il wu wei non invita a rimanere immobili. Invita piuttosto a non sprecare continuamente energia opponendosi al corso delle cose.
C’è una differenza tra agire e forzare. Una persona può perseguire un obiettivo con determinazione senza essere necessariamente in guerra con ogni ostacolo che incontra.
Chi forza continuamente la realtà rischia di consumare tutte le proprie energie nel tentativo di piegare ogni circostanza alla propria volontà. Chi, invece, osserva, comprende e si adatta può trovare un modo più efficace di procedere.
In questa prospettiva, il vero potere non consiste nel dominare tutto, ma nel riconoscere il momento in cui è necessario agire e quello in cui è più intelligente non opporsi inutilmente.
Anche molte tradizioni indiane hanno sviluppato, da secoli, una profonda riflessione sul funzionamento della mente.
Nello yoga, la mente non viene considerata semplicemente come uno specchio neutro della realtà. Pensieri, desideri, paure e identificazioni possono influenzare il modo in cui l’individuo percepisce ciò che accade.
In questo senso, Zeland non avrebbe necessariamente inventato un principio completamente nuovo. Avrebbe piuttosto tradotto alcune intuizioni antiche in un linguaggio contemporaneo.
Quando parla di “linee della realtà”, non è necessario interpretare l’espressione come una formula matematica o come una dimostrazione scientifica.
La si può leggere in un modo più concreto: stati interiori diversi portano a decisioni diverse; decisioni diverse producono comportamenti diversi; comportamenti diversi aprono traiettorie diverse.
La realtà, allora, non viene semplicemente “attratta”. Viene attraversata secondo una certa coerenza interiore.
Forse il punto più importante riguarda l’uomo contemporaneo.
Molte persone vivono in una modalità quasi automatica. Reagiscono agli eventi prima ancora di averli osservati davvero. Rispondono alle paure, alle abitudini, alle aspettative degli altri e ai condizionamenti accumulati nel tempo.
Poi chiamano “caso” ciò che non hanno mai imparato a osservare.
Questo non significa che ogni evento della vita sia prodotto dai nostri pensieri. Non significa che chi soffre abbia semplicemente “pensato male” o che ogni difficoltà possa essere superata attraverso il solo atteggiamento mentale.
La realtà è più complessa. Esistono circostanze, ingiustizie, imprevisti e avvenimenti che non dipendono dalla nostra volontà.
Ma resta una domanda fondamentale: che cosa possiamo governare?
Le tradizioni filosofiche e spirituali più diverse sembrano convergere almeno su un punto: quando perdiamo il governo interiore, il mondo appare sempre più ostile. Quando recuperiamo una certa lucidità, non necessariamente cambiano gli eventi, ma cambia il modo in cui li attraversiamo.
E questo può cambiare molto.
Forse, allora, il vero insegnamento del Transurfing non è la promessa di controllare l’universo o di ottenere tutto ciò che desideriamo.
La domanda più interessante è un’altra:
se non puoi controllare tutto ciò che accade, puoi almeno scegliere lo stato interiore dal quale rispondere?
Perché è da quello stato che osservi. Da quello stato decidi. Da quello stato agisci. E, attraverso le azioni ripetute nel tempo, costruisci — almeno in parte — la direzione della tua vita. Forse la realtà non è qualcosa che possiamo comandare. Ma il modo in cui la attraversiamo potrebbe essere molto meno casuale di quanto immaginiamo.
Antonio Calisi










