Nel punto più remoto e più freddo dell’intero creato, il sommo poeta non colloca l’omicida né il lussurioso, ma chi ha spezzato un vincolo d’amore. Un viaggio nel canto XXXIV dell’Inferno, tra teologia dantesca e Sacra Scrittura
C’è un dettaglio, nell’ultimo canto dell’Inferno dantesco, che spiazza chiunque si aspetti dal poema il consueto repertorio di fiamme e bracieri. Nel punto più basso e più remoto dell’intero creato — il centro esatto della terra, secondo la cosmologia medievale, il fondo verso cui convergono tutti i pesi del mondo — Dante non trova il fuoco, ma il ghiaccio. È il Cocito, l’ultimo lago dell’Inferno, gelato e silenzioso. E in quel ghiaccio, confitto fino al petto, sbatte incessantemente sei ali di pipistrello un essere dalle tre facce: Lucifero.
Chi merita di occupare quel punto, il più remoto da Dio in tutto l’universo dantesco? Non gli eretici. Non gli omicidi. Non i violenti, non i lussuriosi, non gli avari. Nella bocca stessa di Lucifero, masticati per l’eternità, Dante colloca tre uomini colpevoli di un solo, identico peccato: aver tradito chi si fidava di loro come di un amico.
Per capire questa scelta bisogna risalire alla mappa morale che Dante affida a Virgilio nel canto XI. Ogni peccato, spiega il maestro, nasce da un atto di ingiustizia contro il prossimo, compiuto con la forza oppure con l’inganno. Tra i due, è l’inganno — la frode — il peccato più grave, perché non condivide nulla con la furia bestiale della violenza, ma corrompe ciò che ci rende propriamente umani: l’intelletto, la parola, la capacità di stringere legami di fiducia. È una colpa che è «de l’uom proprio male»: propria dell’uomo, e per questo più odiosa a Dio della violenza stessa (Inf. XI, 22-24).
Ma anche dentro la frode esiste una gerarchia ulteriore, ed è qui che si gioca tutto. Virgilio distingue chi inganna una persona che, per natura, non ha motivo di fidarsi di lui, da chi inganna una persona che si fida di lui in modo speciale — un parente, un concittadino, un ospite, un amico, un benefattore. Il primo tipo di frode spezza soltanto «lo vinco d’amor che fa natura» (Inf. XI, 56), il legame naturale che unisce genericamente ogni essere umano. Il secondo spezza qualcosa di più: un legame scelto, coltivato, liberamente aggiunto a quello naturale. Ecco perché i traditori occupano il cerchio più piccolo e più basso di tutti, quello dove siede Lucifero: il tradimento di un legame d’amore non è “semplicemente” un’ingiustizia. È un sovvertimento dell’amore stesso, usato — proprio nel momento in cui dovrebbe proteggere — come arma contro chi vi si è affidato.
È a questo punto che il genio teologico di Dante tocca il suo vertice più cupo. Sulla porta dell’Inferno, nel canto III, il poeta aveva scritto che a costruire quella soglia erano stati «la divina podestate, / la somma sapïenza e ‘l primo amore» (Inf. III, 4-6): Padre, Figlio e Spirito — potenza, sapienza, amore. È la Trinità che regge l’intero creato, Inferno compreso, perché anche la dannazione, per Dante, resta paradossalmente un atto di giustizia, e dunque d’amore.
Al fondo esatto di quello stesso Inferno, Dante mette in scena la parodia sacrilega di quella Trinità. Lucifero ha tre facce: una rossa, una tra il bianco e il giallo, una nera. Non tre Persone unite nell’unica sostanza dell’amore, ma tre volti mostruosi innestati su un solo corpo immobile, incapaci perfino di comunicare tra loro. Dove la Trinità è potenza, sapienza e amore, Lucifero — suggerisce da tempo la critica dantesca — è impotenza, ignoranza e odio: il rovescio esatto, punto per punto, degli attributi di Dio. Con sei occhi piange lacrime mescolate a bava sanguigna; con le sue ali, non piume ma membrane di pipistrello, genera il vento gelido che pietrifica tutto il Cocito, intrappolando lui stesso, per sempre, nel ghiaccio che produce.
E in ciascuna delle tre bocche, per l’eternità, Lucifero maciulla un dannato. Non lo divora: non c’è nulla che somigli a un pasto, a un compimento, a una fine. Lo mastica senza sosta, in un moto meccanico e sterile che dura da sempre e durerà per sempre — l’esatto contrario dell’Eucaristia, dove un Corpo viene spezzato e donato perché altri vivano. Qui, al contrario, tre corpi vengono perennemente straziati senza che nulla venga donato, senza che nulla si compia: è la comunione capovolta. Al posto della Trinità che è relazione pura, dono reciproco, “comunione di Persone” — un’espressione cara anche alla teologia patristica d’Oriente — un mostro solitario, incapace di relazione, che si nutre senza mai saziarsi di chi, in vita, ha spezzato la relazione più sacra: quella dell’amicizia.
I tre corpi che Lucifero stritola in eterno sono Giuda Iscariota, nella bocca centrale, quella rossa, e Bruto e Cassio, appesi a testa in giù dalle altre due. È Virgilio a mostrarli a Dante: «Quell’anima là sù c’ha maggior pena […] è Giuda Scarïotto, / che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena. / De li altri due c’hanno il capo di sotto, / quel che pende dal nero ceffo è Bruto: / vedi come si torce e non fa motto! / e l’altro è Cassio, che par sì membruto» (Inf. XXXIV, 61-67).
Perché proprio Giuda occupa il punto più doloroso di tutto l’Inferno? La risposta, per Dante, è insieme teologica e umanissima. Giuda non ha tradito un estraneo, né un semplice maestro: ha tradito chi lo aveva chiamato, con parole che il Vangelo di Giovanni riporta senza attenuazioni, “amico”. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici […] Non vi chiamo più servi […] ma vi ho chiamati amici» (Gv 15,13-15): Giuda era tra quei Dodici che Gesù aveva elevato, per libera scelta, a questa dignità.
Il segno con cui consuma il tradimento è, non a caso, il segno stesso dell’amicizia: un bacio. «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?» (Lc 22,48): nella domanda di Gesù riportata da Luca c’è tutto lo sgomento di chi vede il gesto dell’affetto trasformarsi nell’arma del tradimento. Il libro dei Proverbi lo aveva scritto per contrasto, secoli prima: «Leali sono le ferite di un amico, ingannevoli i baci di un nemico» (Pr 27,6). In Giuda, quest’ordine si rovescia nel modo più atroce: è il bacio stesso, che per definizione dovrebbe essere leale, a farsi inganno.
C’è di più. Un salmo, secoli prima della Passione, aveva già descritto in anticipo questa ferita: «Anche l’amico in cui confidavo, che mangiava il mio pane, ha alzato contro di me il suo calcagno» (Sal 41,10). È lo stesso Gesù, nel Vangelo di Giovanni, alla vigilia del tradimento, ad applicare queste parole a Giuda: chi condivide la tavola, chi ha mangiato lo stesso pane, si volge contro chi lo ha nutrito (cfr. Gv 13,18).
Eppure — ed è forse il dettaglio più sconvolgente di tutti — nell’istante dell’arresto, con le guardie già pronte a mettergli le mani addosso, Gesù non ritira la parola “amico”. Matteo lo riporta con un’essenzialità che toglie il fiato: «Amico, per questo sei qui!» (Mt 26,50). Non “traditore”. Non “nemico”. “Amico”, fino all’ultimo istante. Come se il Vangelo volesse dirci che la ferita del tradimento non nasce mai da un difetto nell’amore di chi ama, ma sempre e soltanto dall’abuso, da parte di chi era amato, di un amore che non gli è mai stato negato.
Accanto a Giuda, Dante colloca due figure che a prima vista sembrano appartenere a un ordine completamente diverso: non discepoli di Cristo, ma senatori romani, uccisori di Giulio Cesare alle Idi di marzo del 44 a.C. Eppure, nella logica del poema, Bruto e Cassio commettono lo stesso identico peccato di Giuda, solo trasposto dal piano spirituale a quello politico.
Per Dante — che nel Convivio e poi nel De Monarchia costruisce una vera e propria teologia della storia romana — l’Impero fondato da Cesare non è un fatto politico qualunque, ma uno strumento della Provvidenza: la pace universale instaurata da Roma avrebbe reso possibile, di lì a poco, la nascita di Cristo e la diffusione del Vangelo in un mondo finalmente unificato. Uccidere Cesare significa, in questa prospettiva, colpire al cuore il disegno di Dio sulla storia, così come Giuda colpisce al cuore il disegno di Dio sulla salvezza: sono le due metà di un solo delitto contro l’ordine voluto da Dio per l’umanità, quello temporale e quello eterno.
Ma anche qui, sotto la teologia politica, pulsa lo stesso nervo scoperto dell’amicizia tradita. Bruto non era un nemico di Cesare, bensì uno dei suoi favoriti, graziato dopo aver combattuto contro di lui a Farsalo e trattato, raccontano le fonti antiche, quasi come un figlio. Lo storico latino Svetonio riferisce che Cesare, riconoscendo Bruto tra gli assalitori, avrebbe pronunciato in greco solo due parole: Kaì sý, téknon — «Anche tu, figlio». È un dettaglio che la tradizione successiva avrebbe reso ancora più celebre nella forma latina “Tu quoque, Brute, fili mi”, probabilmente apocrifa nella lettera ma fedelissima nello spirito: anche qui, come nel Getsemani, l’ultima parola di chi viene colpito a morte non è rabbia, ma la sillaba struggente della prossimità e dell’amore che si scopre tradito.
Siamo arrivati così al cuore del monito che Dante consegna al lettore attraverso questo canto, e che vale la pena raccogliere fino in fondo. Nella percezione comune — allora come oggi — i peccati “gravi” sono quelli che fanno rumore: la violenza che uccide, la lussuria che travolge, l’avarizia che accumula, l’ira che devasta. Sono colpe vistose, che si vedono, che si raccontano, che occupano le prime pagine. Dante, con un rigore teologico spietato, le colloca tutte più in alto, più vicine alla superficie, meno dolorose.
In fondo a tutto, invece, nel punto più silenzioso e più gelido dell’intero creato, il poeta colloca un peccato che quasi mai finisce sulle prime pagine: il tradimento di chi ci ama e di cui siamo amati. Non perché sia il più eclatante, ma perché è il più radicale: è l’unico peccato che non si limita a violare una legge, ma smonta dall’interno il tessuto stesso della carità, che la teologia cristiana riconosce come il nome più proprio di Dio — «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). Tradire un’amicizia significa prendere ciò che di più simile a Dio esiste nei rapporti umani — un legame libero, gratuito, fedele — e trasformarlo nello strumento della rovina di chi si è fidato. Non per caso il Siracide, celebrando l’amicizia autentica, l’aveva definita «rifugio sicuro», qualcosa per cui «non c’è prezzo, non c’è misura» (Sir 6,14-15): esattamente ciò che rende la sua contraffazione un abisso senza fondo.
C’è un ultimo salmo che vale la pena lasciare come congedo, perché dice, con una semplicità che nessun trattato teologico saprebbe eguagliare, perché il tradimento di un amico ferisca più di ogni altra colpa: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato […] Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia» (Sal 55,13-15). Forse è proprio questo il monito più utile da portare via dal canto più buio della Commedia: prima di misurare la gravità delle nostre colpe da quanto rumore fanno, dovremmo chiederci quante piccole, quotidiane, silenziose infedeltà commettiamo ogni giorno contro chi si fida di noi come di un amico. Dante, in fondo al suo Inferno, ci ricorda che è lì, e non altrove, che si gioca la partita più seria della nostra vita morale.
Antonio Calisi










