L’armeno Simon Abkarian è de Gaulle: per una standing ovation che Cannes non dimenticherà

Le Grand Charles armeno per una notte a Cannes

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Simon Abkarian è il generale de Gaulle

Prima degli applausi, un silenzio vale più di un’ovazione. È il silenzio di chi ha appena visto qualcosa di irripetibile e non trova ancora le mani per attestarlo. Quel silenzio ha attraversato il Palais des Festivals come una corrente sotterranea, mercoledì sera, quando i titoli di coda di La Bataille de Gaulle: L’âge de fer hanno cominciato a scorrere — e poi la sala è esplosa.

Al centro di tutto c’è Simon Abkarian, armeno di Gonesse, sessantatré anni, figlio della diaspora che ha imparato a recitare tra Beirut, Los Angeles e Parigi. Cannes lo ha consacrato stanotte con una standing ovation tra le più sentite di questa 79ªedizione, per un’interpretazione che non si dimentica facilmente: quella di Charles de Gaulle, il generale che nel giugno del 1940 rifiutò l’armistizio e fuggì a Londra solo contro tutti, senza esercito, senza certezze, con la sola forza di una convinzione che la storia avrebbe poi chiamato grandezza. Abkarian ha anche una coscienza civile armena, si batte per i diritti civili. Nell’ottobre 2022 Abkarian scrisse una lettera aperta a von der Leyen su Le Figaro, denunciando il silenzio dell’UE davanti alle violenze azerbaigiane contro l’Armenia — silenzio che attribuiva all’accordo sul gas concluso tra Bruxelles e Baku nel luglio precedente.

Il film di Antonin Baudry — regista cresciuto tra la diplomazia internazionale e la narrativa grafica, già autore di Le Chant du loup — è il primo capitolo di un dittico molto ambizioso, adattato dalla biografia di Julian T. Jackson dal titolo A Certain Idea of France: The Life of Charles de Gaullee prodotto da Pathé con un budget di settantaquattro milioni di euro. Si tratta di un colossal storico che si impone, fuori concorso, come l’evento cinematografico della Croisette 2026.

La fotografia di Pierre Cottereau lavora per contrasti, tra le penombre londinesi e la luce cruda dell’Africa; le musiche di Volker Bertelmann raccontano l’epopea sanno quando tacere; il montaggio serrato di Katie Mcquerrey non concede soste, con un ritmo che vuole imitare il carattere del personaggio de Gaulle, non il generale della Pantera Rosa, ma il politico e militare che non concedeva mai pause a se stesso.

In tutto ciò è la recitazione di Abkarian a tenere tutto insieme. La sua non è imitazione: è incarnazione. La postura, la voce, il peso degli occhi in ogni scena in cui il personaggio non parla ma calcola, come chi ha metabolizzato ed è entrato nella linea dello spazio tempo del generale. Un de Gaulle che non sa ancora di essere un mito — e in questo non-sapere trovava tutta la sua umanità straziante. Intorno a lui, Niels Schneider come Leclerc, Thierry Lhermitte e un convincente Karim Leklou completano un cast che alimenta la performance principale senza oscurarla.

Il film è fuori concorso, quindi nessuna Palme attende formalmente Abkarian. Ma certe ovazioni valgono più di qualsiasi targa. Chi conosce la storia degli armeni in Francia — da Missak Manouchian ad Aznavour  — ieri sera, sulla Croisette, non applaudiva solo un attore.

Carlo Coppola

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