Il tempo di Quaresima invita alla riflessione, al silenzio, e a un confronto con le proprie fragilità. È il momento in cui due opere, molto diverse tra loro, un romanzo e un saggio esegetico, accomunate apparentemente solo da un titolo simile, si rivelano come compagni di viaggio preziosi, capaci di stimolare interrogativi e approfondire aspetti che la fede autentica ha sempre accolto senza timore.
Nel 1955, il patriota greco di Candia, Nikos Kazantzakis, autore tra gli altri del famoso Zorba il Greco pubblicò L’ultima tentazione di Cristo, un romanzo che suscitò reazioni contrastanti, anche all’interno delle diverse Chiese cristiane. Kazantzakis, dalla fede travagliata, si rifaceva alla visione cristica di Dostoevskij e Bergson, descrivendo l’umanità di Gesù e spingendo fino all’estremo una domanda che taluni cristiani inquieti si pongono: se Gesù avesse potuto scegliere diversamente, che scelte avrebbe fatto? Nel romanzo, il Gesù di Kazantzakis è un uomo che, pur nella sua divinità, vive l’incertezza, il dubbio e la fatica. Falegname a Nazareth, si trova a costruire croci per i romani, sentendo il peso simbolico di quell’oggetto prima di portarlo sulla propria schiena. La “tentazione ultima” non è quella nel deserto, ma il sogno, nell’agonia della Croce, di una vita ordinaria: una casa, una Maria Maddalena, dei figli, una vecchiaia serena nel più classico degli idilli familiari. Un angelo, che si rivelerà essere Satana, gli offre questa via d’uscita. Gesù la percorre in sogno per anni, fino a quando, ormai anziano, incontra i suoi apostoli che continuano ad annunciare la sua morte e resurrezione. Solo allora si risveglia, riconosce l’inganno e sceglie liberamente la Croce. Il merito del romanzo sta nel fatto che Kazantzakis coglie una verità fondamentale: la libertà di Cristo è al cuore del mistero cristiano ed esso fa pendant con il “Sì”, il “Fiat” pronunciato da Maria, sua madre, durante l’Annunciazione. Se Gesù non avesse potuto scegliere, la sua obbedienza sarebbe stata solo automatica, spazio minimo vi sarebbe stato per l’amore. La tradizione cristiana più rigorosa ha sempre sottolineato l’autenticità della volontà umana di Cristo, in piena coerenza con il pensiero di teologi da Massimo il Confessore a Tommaso d’Aquino. Tuttavia, le criticità non mancano. Kazantzakis ad esempio presenta Giuda come un personaggio quasi positivo, incaricato da Gesù di tradirlo, un’interpretazione molto spinta che non trova diretto riscontro nei testi evangelici e che non può essere accolta senza opportune stigmatizzazioni o contestualizzazioni. L’aspetto psicologico di Cristo a volte risulta troppo appiattito sul dualismo tra carne e spirito che richiama più il pensiero gnostico che quello cristiano. La sessualità è trattata in modo crudo, un approccio che, pur non essendo volgare, appare distante dalla teologia dell’incarnazione. Infine, la resurrezione, ha nel romanzo una “r” alquanto minuscola, venendo ridotta ad elemento quasi collaterale, difficile da conciliare con la visione cristiana propriamente detta.
Forse in risposta al precedente, Jacques Dupont, monaco benedettino e biblista, offrì un approccio rigoroso e scientifico con il suo Les tentations de Jésus au désert (1968). Utilizza strumenti filologici e storici, Dupont esplora le tentazioni di Gesù nel deserto (Matteo 4,1-11; Luca 4,1-13; Marco 1,12-13), mettendo in luce come ogni evangelista avesse interpretato questo episodio in base alla propria teologia specifica. Dupont mostra come le tentazioni non sono semplicemente un episodio biografico, ma un momento chiave della missione di Gesù. Il confronto con il diavolo rielabora in chiave cristologica l’esperienza di Israele nel deserto: Gesù rappresenta il ribaltamento della visione precedente, è il Figlio fedele dove Israele fu infedele. Anche le citazioni del Deuteronomio nelle risposte di Gesù non sono casuali, ma esprimono una riflessione profonda sulla storia della salvezza. Per il lettore che si accosti a questi testi in Quaresima, il lavoro di Dupont offre strumenti concreti per comprendere meglio le tentazioni di Gesù: la tentazione di trasformare le pietre in pane può rappresentare il rischio di ridurre la missione a un semplice assistenzialismo; quella di gettarsi dal pinnacolo appare la seduzione del miracolo spettacolare; e la tentazione dei regni del mondo rappresenta il potere che corrompe ogni visione profetica. La critica mossa al saggio di Dupont, se così la vogliamo chiamare, è di aver concepito e scritto un lavoro per studiosi e non per lettori generalisti. La sua prosa tecnica e forbita, assolutamente galvanizzante per chi apprezza il genere, potrebbe risultare ostica a chi non abbia opportuna dimestichezza con l’esegetica. Tuttavia, chi affronta il suo saggio trova una lettura biblicamente profonda, storicamente solida e spiritualmente stimolante. Mettendo a confronto i due autori, si vedono chiaramente le differenze: Kazantzakis, provoca e inquieta, butta la pietra ma non ha il coraggio di stendere il braccio; Dupont illumina, chiarisce, fonda, e contribuisce a togliere le inquitudini. Kazantzakis osa, a volte rischiando troppo; Dupont è più misurato, ma altrettanto profondo. Per la Quaresima, letti insieme, i due testi, per chi ha la fortuna di trovarli in commerci, si completano a vicenda: Kazantzakis ci restituisce l’umanità viva di Cristo, Dupont ce ne dimostra le radici. Il credente dotato di spirito critico e curiosità potrà apprezzare entrambe le letture, riconoscendo che una fede matura non ha paura delle domande difficili, ma le accoglie, e se infastidito, sceglie di non continuare la lettura o le ripone nel cassetto delle cose inutili.
Carlo Coppola









