Con la morte di Béla Tarr, avvenuta il 6 gennaio a Budapest, il cinema perde una delle sue voci più radicali e silenziose. Regista ungherese di fama internazionale, Tarr è stato autore di opere che hanno profondamente segnato il cinema europeo contemporaneo, distinguendosi per uno stile inconfondibile fatto di lunghi piani sequenza, atmosfere essenziali e una riflessione costante sulla condizione umana.
Film come Sátántangó, Le armonie di Werckmeister e Il cavallo di Torino non si limitano a raccontare storie: chiedono allo spettatore di rallentare, di abitare il tempo, di sostare nell’attesa. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, il cinema di Tarr ha rappresentato una forma di resistenza culturale, quasi un esercizio spirituale dello sguardo.
Il regista aveva avuto anche un legame con il nostro territorio: alcuni anni fa era stato ospite a Bari, invitato per un incontro pubblico e una proiezione-evento nell’ambito di una rassegna cinematografica dedicata al cinema d’autore europeo. In quell’occasione, Tarr aveva dialogato con il pubblico sul senso del tempo nel cinema e sulla responsabilità morale del regista, lasciando una forte impressione per la sobrietà e la profondità del suo pensiero.
Sebbene mai dichiaratamente religioso, il suo cinema è stato spesso accostato a una sensibilità cristiana orientale. Non per la presenza di simboli espliciti, ma per l’uso del silenzio, della ripetizione e della durata come strumenti di conoscenza. Come nella liturgia orientale, dove il gesto lento conduce alla contemplazione, nei film di Tarr il tempo diventa via di accesso al mistero dell’esistenza.
I suoi personaggi vivono in un mondo ferito, spesso privo di redenzione visibile. Eppure, proprio in questa spogliazione radicale, si coglie una forma di verità: una sorta di kenosi, di svuotamento, che rimanda a una visione spirituale dell’uomo chiamato ad abitare il limite senza illusioni.
Dopo il ritiro dal cinema nel 2011, Tarr si è dedicato alla formazione dei giovani registi. La sua scomparsa segna la fine di una stagione forse irripetibile: quella di un cinema che non cercava di intrattenere, ma di interrogare.
Resta la sua lezione più attuale: imparare a guardare senza fretta, accettare il silenzio, riconoscere che anche nell’ombra può nascondersi una forma di luce.
Carlo Coppola









