Non è raro notare, con l’insorgere di nuovi nuclei abitativi nelle zone di completamento all’interno della cinta urbana, spazi delle superficie edificate ancora ingombri di materiali di edilizia e anche di inerti. Tuttavia, appena gli appartamenti venduti cominciano ad essere occupati, le imprese costruttrici smobilitano quanto di loro pertinenza per dare compiuta abitabilità alle unità immobiliari, specie se trattasi di occupazione di spazi a parcheggio condominiale, imposti dal D.M. n.1444/1968.
Non è rilevabile qualcosa del genere se si osserva l’area in adiacenza all’edificio residenziale, costruito dopo la demolizione di un vecchio frantoio, da tempo inattivo, in via Papa Giovanni XXIII, n. 36, dalla società “Waterfront Building” s.r.l. di Bari. Infatti, nei pressi del nuovo complesso residenziale, ormai ultimato e in parte già abitato, oltre a spazi di pertinenza a verde e a parcheggio, vi è un ampio terreno anch’esso recintato con un muretto di pietra a vista. L’intera superficie di quest’ultimo è piena di inerti e di materiale edilizio di risulta e, perfino, di alcuni componenti la macina per la molitura delle olive, estratta dal frantoio nel corso dell’abbattimento della fabbrica. E’ un’area con un impatto ambientale notevole, non solo perché su quell’accumulo di rifiuti si va sempre più sviluppando una vegetazione spontanea, ma soprattutto perché il marciapiede che la confina è completamente dissestato e, lungo via Giovanni XXIII, privo di una idonea pavimentazione, diversamente da quanto fatto sulla restante parte di marciapiede di torno alla realtà residenziale. E, difatti, si presenta come un terreno, separato e distinto da quello su cui è sorta l’edificazione con relative pertinenze condominiali. E’, però, un deposito di detriti edili con i due accessi, uno sul lungomare e l’altro su via Giovanni XXIII, chiusi da transenne metalliche che, però, non inibiscono lo sversamento di altri rifiuti dall’esterno. Insomma una specie di discarica, nell’ambito cittadino, non proprio ideale per chi abita negli edifici confinanti e, credo, soprattutto, per gli stessi acquirenti degli appartamenti del novo stabile.
Ma perché quel terreno è stato lasciato in condizioni di completo abbandono e, comunque, anche a rischio, non solo dal punto di vista igienico ma anche per la sicurezza dei pedoni che vi transitano a causa della mancata sistemazione del marciapiede che ne delimita la zona implicata?
E, soprattutto, qual è la sua vera destinazione se ogni possibilità edificatoria su quel terreno si sarebbe esaurita con quel controverso intervento urbanistico in ragione del titolo edilizio rilasciato dietro proposta progettuale avanzata dalla proprietà e, preventivamente, concordata con i decisori politici dell’epoca?
Una qualche risposta a tali interrogativi è possibile cogliere se si fa memoria di quella che fu la tanto contrastata scelta edificatoria, voluta dall’ex Sindaco Depalma che, alla conclusione del suo mandato decennale, volle fosse approvata dal Consiglio Comunale del 4 dicembre 2021 con la Delibera n. 61/2021. L’assunzione di quell’atto deliberativo consentì il rilascio del titolo edilizio per la realizzazione dell’edificio in questione mediante la stipula di una convenzione, a norma dell’art. 28 bis del T.U dell’Edilizia (D.lgs. n.380/2001). La Delibera consiliare stabilì di accordare la licenza edilizia al proprietario dell’immobile con l’impegno dello stesso a porre in essere determinate opere di pubblico interesse. In termini tecnici quel tipo di autorizzazione a costruire è definito, appunto, “permesso edilizio convenzionato”. Sarebbe, in effetti, l’oggetto di un accordo, per lo più, finalizzato a dare una qualche sistemazione urbanistica a una particolare porzione di territorio cittadino cui tiene l’Amministrazione comunale. Ma, al tempo stesso, assoggetta l’impresa, beneficiaria del permesso a costruire, ad attuare particolari interventi per il soddisfacimento di un interesse collettivo, oltre a sobbarcarsi, come previsto per legge, a tutti i costi dei servizi, utili all’agibilità della nuova edificazione.
Ed è bene segnalare, a questo riguardo, che l’autorizzazione a costruire su quel suolo, da tanto tempo in trattativa per poter in qualche modo edificarvi strutture residenziali, fu presa, in quella seduta consiliare del dicembre del 2021, da poco più della metà dei 17 consiglieri cui è composta l’Assemblea cittadina. Fu adottata dalla maggioranza con i soli 9 voti dei consiglieri presenti in aula, dal momento che i rappresentanti dell’opposizione, non condividendo la scelta intrapresa, si astennero, per protesta, dal partecipare alle operazioni di voto e risultarono assenti alla conta, fatta dal Segretario comunale, dei consiglieri in sala.
Naturalmente non si è in grado di conoscere, nei dettagli, quali siano state effettivamente le clausole e le condizioni trascritte nell’atto di convenzione, stipulato dal Dirigente comunale di Settore e il rappresentante della società costruttrice “Waterfront Building”, cui veniva subordinato il rilascio del permesso a costruire. Questo perché è sempre più frequente che gli atti e i documenti allegati a Delibere dell’autorità politica cittadina, come anche alle Determini dirigenziali, che pur costituiscono il corpo sostanziale dei dispositivi amministrativi, non vengono posti a pubblicazione, contro ogni principio di trasparenza, cui le Amministrazioni pubbliche sono tenute ad attenersi.
Tuttavia, nel deliberato del Consiglio Comunale è verbalizzato che, a fronte dell’acquisizione del titolo edilizio, l’impresa costruttrice si obbligava a cedere gratuitamente al Comune un’area a standard pubblico di mq. 184,00 e attrezzarla funzionalmente, a sue spese, a parcheggio pubblico in conformità al progetto, precedentemente reso con nota n.20569 del 12.11.2021 e, comunque, assentito dalla Direzione Urbanistica del Comune. A ultimazione della edificazione edilizia, comunque, è possibile costatare il lascito dell’area di mq. 184,00, resa pubblica con la realizzazione di appena 12 stalli di sosta, lungo la strada che collega il Lungomare con via Giovanni XXIII, come è possibile rilavare dalla foto.
E’ da presumere, dunque, che quel suolo utilizzato, tuttora, a deposito di inerti e materiale di scarto e, per giunta, tenuto in quello stato di degrado, sarebbe tuttora nella disponibilità reale del proprietario del terreno. E, infatti, in relazione alle indicazioni programmatiche del nuovo piano urbanistico, in fase di approvazione definitiva, quel suolo sarebbe destinato a parcheggio pubblico da attrezzarsi a cura del Comune una volta acquisita l’area.
A meno che quella prospettazione funzionale per un parcheggio pubblico, considerati i costi di realizzazione a carico del bilancio comunale, nel frattempo, non si trasformi in una ulteriore proposta di edilizia residenziale, o di costruzione di altra natura, che sfrutti al meglio la particolare posizione del terreno nelle immediate vicinanze della linea costiera.
Un altro caso di trasformazione di un progetto a parcheggio pubblico in un intervento con altra finalità, come disposto, di recente, per l’area che fa da angolo tra le Vie Sott.te Michele De Ceglie e del Ciuccio, concessa in uso a un privato con altra destinazione strutturale, che pur si dice essere a vantaggio e nel benessere della comunità?
E’ accaduto per un’area di proprietà del Comune si figuri per questa ancora di proprietà di un privato!
Giuseppe Maldarella















