Yerevan si ferma a riflettere su una delle sue eredità artistiche più importanti. Il 9 settembre prossimo, dalle 18:30 il Mouradick Art Center (via Loris-Melikov 77) proietta “Heritage: Ara Harutyunyan“, documentario firmato dal famoso regista armeno Ruben Kochar, figlio dell’artista Yerevand Kochar, e dedicato allo scultore che ha dato forma alla memoria monumentale dell’Armenia contemporanea.
Il film si inserisce in un profondo percorso di conservazione e valorizzazione della memoria culturale armena. Attraverso l’integrazione di preziosi filmati d’archivio e riprese ravvicinate, la pellicola analizza l’immenso impatto visivo e sociale dello scultore, restituendo — nelle parole della produzione — non un semplice catalogo di opere, ma la “materia” stessa delle sculture: un ponte emotivo tra il pubblico e lo spazio urbano in cui esse continuano a vivere. Il regista non si limita a documentare i monumenti: li osserva da vicino, ne restituisce la tridimensionalità, il peso, la superficie, come se la pietra e il bronzo potessero ancora raccontare qualcosa di chi li ha plasmati.

collage realizzato di Carlo Coppola con supporto AI
Ara Harutyunyan (1928–1999), fu Artista del Popolo della RSS Armena e professore, nonché tra le figure più influenti del periodo sovietico e post-sovietico armeno. Ha letteralmente ridisegnato lo skyline di Erevan e di altre città: sua è la statua colossale Madre Armenia, di 22 metri che prese il posto di un monumento dedicato al leader comunista Stalin, ai domina la capitale come simbolo di resilienza, pace e difesa della patria; sue sono le sculture monumentali del complesso di Sardarapat, tra cui i celebri tori alati, dedicate alla storica battaglia per l’indipendenza del 1918; suoi i rilievi del Teatro Sundukyan e del Museo Erebouni, dove le antiche tradizioni decorative medievali armene si fondono con la plasticità modernista del Novecento.
Il documentario — montato da Artur Parsyan e prodotto da Susanna Harutyunyan, Grigor Akhinov e Narine Kochar — si sviluppa come un racconto insieme intimo e monumentale, in linea con il percorso artistico di Kochar, regista attento al rapporto tra arte pubblica e coscienza collettiva, capace di trasformare il linguaggio cinematografico in strumento di indagine storica.
Al termine della proiezione è prevista una discussione pubblica sull’eredità di Harutyunyan. Non una semplice retrospettiva nostalgica, dunque, ma un’occasione per riflettere su due questioni aperte: da un lato il ruolo dell’arte come pilastro dell’identità in un’epoca di continui mutamenti geopolitici per l’Armenia — dove riscoprire Harutyunyan significa riscoprire le radici di un popolo, e le sue figure di pietra e bronzo si rivelano vere e proprie custodi della coscienza collettiva; dall’altro la trasmissione della memoria, con il cinema che trasforma la pietra in archivio audiovisivo permanente, capace di parlare alle nuove generazioni e di alimentare il dibattito sulla conservazione dei monumenti e sull’evoluzione dell’arte pubblica.
L’ingresso è su invito, riservato a una comunità ristretta di studiosi, artisti e operatori culturali. Un formato pensato più per il dialogo che per la platea larga — ma è spesso in eventi come questo, piccoli e mirati, che si gioca la partita più importante per la conservazione della memoria culturale armena.
Carlo Coppola









