Marine Manasian innovatrice armena: voce e coraggio del ritorno

Marine Manassian autrice sorprendente nella musica armena contemporanea

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Foto di Dasha Zaytseva

Capita, nella vita di alcuni artisti, che la nostalgia smetta di essere una ferita e diventi materiale di lavoro. Per Marine Manasian, cantautrice e performer nata a Erevan e cresciuta tra Armenia e Russia, quel momento ha coinciso con una decisione precisa: tornare. I Greci lo chiamavano Nostos, il ritorno; Omero gli ha dedicato L’Odissea, mentre il cinema contemporaneo ne ha offerto una delle interpretazioni più intense con Vozvraščenie (Il ritorno, 2003) di Andrej Zvjagincev.

La biografia di Marine è segnata fin dall’infanzia da un continuo attraversamento di confini. Nata a Erevan, cresce spostandosi ripetutamente tra Armenia e Russia e vivendo a lungo a Mosca. Questa esperienza di migrazione, di adattamento a lingue e culture diverse, non è un semplice dato biografico, ma la matrice stessa della sua sensibilità artistica. Inizia a scrivere canzoni a diciassette anni, dopo aver ricevuto in regalo una chitarra; in seguito studia pianoforte e improvvisazione al Moscow College of Improvisational Music. A Mosca fonda il progetto Deep Image, che nel tempo evolve da formazione collettiva a percorso prevalentemente solista: oggi quel nome appartiene soprattutto a una fase della sua ricerca, mentre Marine si presenta come artista autonoma a tutti gli effetti.

Ma la sua storia artistica non può essere raccontata secondo una semplice traiettoria dalla strada al palco. È, semmai, il contrario. Marine aveva già alle spalle anni di concerti, performance e progetti sperimentali quando, nel 2019, cominciò a esibirsi per strada. La scelta di portare la propria musica nelle piazze non nacque dunque dalla necessità di costruire un linguaggio scenico, ma dal desiderio di uscire dalla propria zona di comfort, mettersi alla prova e sperimentare un modo diverso di vivere e di rapportarsi al pubblico. Non fu la strada a modellare il suo suono da palco: fu Marine a portare sulla strada il suono che aveva già elaborato sui palchi, trasportando con sé ogni volta la propria strumentazione.

Dopo anni di attività tra concerti, performance urbane e progetti sperimentali, la decisione di trasferirsi definitivamente a Erevan matura così come un atto di riconnessione con le proprie radici, un vero e proprio “ponte”, per usare le sue parole.

Il suo stile attraversa territori meditativi, elettro-pop, psichedelici, rock ed etnici, con testi in armeno, russo, francese e inglese. La musica è per lei uno strumento di elevazione spirituale e narrazione identitaria. Molti dei suoi brani — da Arevi Voski a 1303, fino a Hayastanin, ispirato a Yeghishe Charents — sono attraversati da riferimenti all’Armenia, alla sua storia, alla diaspora e alla poesia armena, in particolare a Charents e Paruyr Sevak.

Accanto all’Armenia e alla Russia esiste però un altro luogo fondamentale nella sua geografia artistica: la Francia. Qui ha lavorato moltissimo dando pubblicando con l’etichetta francese SUXEED, il suo album 1303, interamente costruito sulle poesie di Charents; si è esibita in diverse città, ha partecipato a programmi televisivi e radiofonici, collaborato con altri artisti ed è apparsa in un film realizzato da registi francesi sull’Artsakh. Un’esperienza che ha contribuito ad ampliare ulteriormente il suo sguardo, sottraendolo a una dimensione esclusivamente armena e inserendolo in un più ampio spazio europeo e diasporico.

A questo percorso si aggiunge un capitolo ancora più profondo e radicale: il viaggio in Turchia, intrapreso non come turismo della memoria, ma come confronto diretto con i luoghi legati al genocidio armeno. Qui ha cantato canzoni armene in spazi nei quali la lingua e la memoria erano state a lungo silenziate e represse. Questa azione sintetizza bene la sua posizione: personale, spesso radicale, e non necessariamente coincidente con le narrazioni ufficiali o con la retorica istituzionale che circola in Armenia. La sua risposta non passa però dalla contrapposizione ideologica, bensì dalla musica, che diventa uno spazio nel quale memoria, identità, esperienza individuale e libertà possono convivere.

Abbiamo incontrato Marine Manasian e lei ci ha raccontato questa dialettica — tra strada e palco, tra Mosca, Parigi ed Erevan, tra la poesia di Charents e i luoghi turchi della memoria, tra il desiderio di ritorno e la necessità di continuare a partire — con la naturalezza di chi ha trasformato la propria biografia in un romanzo di formazione musicale.

Lo ha fatto soprattutto attraverso la sua musica, le cui emozioni sono difficili, forse impossibili, da tradurre in parole. Per Marine il ritorno non è dunque una conclusione, ma una delle tante forme del viaggio. La sua identità artistica nasce proprio dalla tensione tra luoghi diversi, lingue diverse e memorie talvolta inconciliabili. È in questa tensione che trova la propria voce: una voce profondamente armena, ma non chiusa entro una sola narrazione; una voce capace di attraversare la memoria senza lasciarsene imprigionare.

Foto di Thomas Forestier

1. Hai detto una volta che la musica, per te, è un modo per “guarire” — non solo per esprimersi. Se il tuo ritorno a Erevan è la tua personale Vozvraščenie, il tuo personale ritorno, quale ferita ha effettivamente chiuso la sua arte, e quale, se ce n’è ancora una, resta aperta?

Risposta: Sì, la musica è diventata davvero un modo per guarire, o forse dovrei dire una sorta di casa per me — una casa che avevo perso quando mi sono separata dall’Armenia. Non è stata una consapevolezza immediata. Considero il mio ritorno in Armenia il momento in cui ho pubblicato il mio primo album armeno, AREVI VOSKI (Oro del sole), che è diventato il primo ponte tra me e l’Armenia. Non credo che le ferite si rimarginino necessariamente; piuttosto, nascono nuovi sentimenti, insieme a una nuova fonte di gioia.

2. Hai messo in musica i versi di poeti come Charents e Sevak, lasciando che le loro parole portassero le sue melodie. Cosa la spinge a prestare la propria voce a poeti che non sono più qui per ascoltarla?

Risposta: Innanzitutto, amo sinceramente la poesia di Charents fin da bambina, e mi sento incredibilmente fortunata — persino privilegiata — di aver potuto unire la sua poesia alla mia musica. Più di ogni altra cosa, voglio che il mondo conosca l’Armenia attraverso la sua cultura, così ricca e bella. Il mio obiettivo principale è dunque promuovere la cultura armena e trasmetterne la bellezza alle persone in tutto il mondo.

3. Dall’improvvisazione per le strade di Mosca alla definizione del suono di una scena musicale ancora in cerca della propria voce internazionale: quale ruolo pensa debba avere un’artista come lei nel modo in cui l’Armenia viene ascoltata — e immaginata — oltre i propri confini?

Risposta: Vorrei che un’artista armena che rappresenta il proprio paese fosse unica, pura, contemporanea e coraggiosa. Sono proprio queste le qualità che ci permettono di restare autentici e di liberarci da qualcosa di superato che continua a trascinarci verso l’oblio. Un’artista armena dovrebbe saper mostrare lo spirito armeno in un linguaggio che tutto il mondo possa comprendere.

4. Lei parla spesso della responsabilità individuale verso l’identità armena — non come un dovere astratto, ma come qualcosa vissuto giorno per giorno. Cosa significa per lei questa responsabilità, al di là del mondo dell’arte?

Risposta: Penso che questa domanda non riguardi solo gli artisti, ma ogni persona armena. Come diceva Komitas [famoso musicista compositore ed eroe armeno], oggi ogni armeno dovrebbe valere dieci armeni. Siamo un paese piccolo, con una popolazione piccola, e ciascuno di noi è responsabile della conservazione della propria identità.

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