Piazza San Pietro a Bari, in piena città vecchia, sabato 1° agosto. È qui che “Orizzonti Mediterranei“, l’incontro nazionale delle presidenze diocesane e delle delegazioni regionali di Azione Cattolica, ha aperto le porte alla città con “Dialoghi mediterranei“, quattro tavoli pubblici nel centro storico. Mentre a Largo Vito Mauro Giovanni si discuteva di pace, a Piazza Mercantile di migrazioni e all’esterno della Basilica di San Nicola di cambiamenti, qui si è affrontato l’incontro che abbiamo seguito dal tema: Mediterraneo e convivialità delle differenze.

Inizio dell’incontro moderato da Vania De Luca
Tra le installazioni artistiche allestite nella piazza – una cassetta delle lettere, una rete da pesca, un mappamondo su cui lasciare messaggi – la moderatrice Vania De Luca, giornalista del Tg3, ha introdotto i tre relatori: Giuseppina De Simone, filosofa della religione, Giuseppe Lupo, scrittore e docente di letteratura contemporanea, e padre Francesco Patton, francescano, per nove anni Custode di Terra Santa e oggi residente in Giordania.
Il Mediterraneo, ha detto De Luca, non è “solo un’area geografica ma anche una storia“, teatro di incontri e di scontri, eppure sempre capace di generare un’unica umanità. Pina De Simone ha ripreso il filo parlando di un mare “plurale” dove le diversità restano tenute insieme senza essere omologate: la convivialità, ha ricordato citando don Tonino Bello, non è nulla di idilliaco, ma la fatica bella dell’intreccio di sguardi e vite. Da qui la denuncia della “disumanizzazione” dei migranti respinti in mare, negazione di quella stessa umanità relazionale che il Mediterraneo custodisce.
Giuseppe Lupo ha scelto l’Odissea come chiave di lettura: al verso dieci, quando il poeta chiede alla Musa “…racconta anche a noi qualcosa” (di Ulisse), si annidano i due paradigmi dell’identità mediterranea, la parzialità e il disordine, opposti all’Occidente vincitore e pragmatico. Da qui il valore fondativo del racconto: senza narrazione, ha detto, “non ci sarebbe il Mediterraneo“.

Padre Patton condivide la sua esperienza decennale
Padre Patton ha portato l’esperienza di dieci anni tra Israele, Palestina, Giordania, Libano e Siria: due i tratti comuni ai popoli del “grande lago” mediterraneo, il piacere della tavola condivisa (non come atto fisico ma come atto di umanità) e la priorità delle relazioni sulle procedure. Valori messi alla prova dai checkpoint, confini interni, e dalle frontiere trasformate in fronti di guerra, come sull’asse Libano-Galilea dopo il 7 ottobre. Da qui l’appello a “disarmare il cuore“, ripreso da Papa Leone, e a un’educazione alla convivenza che insegni a non temere l’altro.
Dopo un momento conviviale in cui il pubblico ha scritto su piatti da spezzare come pane un ricordo di incontro con la diversità, è seguito il confronto con la platea. Le domande hanno toccato la disinformazione sulle migrazioni, il rischio che l’ignoranza generi paura e pregiudizio, e la centralità della persona come fondamento comune alle tradizioni ebraica, cristiana e musulmana. Pina De Simone ha ribadito l’importanza di riconoscersi nell’alterità, nella diversità e dove il senso dell’umano non può essere sganciato dalla fede. Giuseppe Lupo ha messo in guardia dalla semplificazione dei social, che dissolve memoria e complessità in poche battute; padre Patton ha ricordato il monolite del Monte Nebo, dove la parola “misericordioso” ricorre nelle scritture di tutte e tre le religioni abramitiche, invitando a togliere ai fondamentalisti ogni pretesto per usare il nome di Dio contro l’altro.
Una serata che restituisce l’immagine di un Mediterraneo non addomesticato ma abitato: mare che separa e unisce, da attraversare senza smettere di riconoscersi diversi.
M. Siranush Quaranta










