Addio a Carlo Ginzburg lo storico che diede voce agli invisibili

  • 0
  • 126 visualizzazioni

Carlo Ginzburg

Con la scomparsa di Carlo Ginzburg, il mondo della cultura perde uno degli studiosi più originali e influenti del secondo Novecento. Per chi, come me, si occupa di tradizioni popolari, folklore, miti e leggende, la sua opera ha rappresentato molto più di una semplice bibliografia di riferimento: è stata una vera e propria scuola di metodo e di sguardo.

Figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, Carlo Ginzburg ha attraversato la storiografia contemporanea lasciando un’impronta profonda. Formatosi tra l’Università e la Scuola Normale di Pisa e il Warburg Institute di Londra, ha insegnato in alcune delle più prestigiose università del mondo, contribuendo a rinnovare radicalmente il modo di fare storia.

Il suo nome è indissolubilmente legato alla microstoria, approccio che ha restituito dignità storica a uomini e donne normalmente esclusi dai grandi racconti del passato. Attraverso documenti apparentemente marginali, processi inquisitoriali, testimonianze dimenticate e dettagli minimi, Ginzburg riusciva a illuminare interi universi culturali. Era convinto che nelle pieghe delle fonti, negli indizi più trascurati, si nascondessero le chiavi per comprendere la società nel suo insieme.

Tra le sue opere più celebri spicca I benandanti (1966), uno studio destinato a cambiare il modo di guardare alle credenze popolari dell’Europa moderna. Analizzando i verbali dell’Inquisizione friulana, Ginzburg portò alla luce la vicenda dei Benandanti, figure sospese tra religiosità, pratiche rituali e antiche tradizioni contadine. La sua interpretazione, che individuava in queste credenze possibili sopravvivenze di antichi culti agrari e sciamanici, suscitò un dibattito internazionale che ancora oggi alimenta il confronto tra gli studiosi.

Dieci anni più tardi pubblicò Il formaggio e i vermi, probabilmente il suo libro più noto. Al centro della narrazione vi è Domenico Scandella, detto Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento processato dall’Inquisizione per le sue idee religiose. Attraverso le parole di quest’uomo comune, Ginzburg ricostruì una cosmologia sorprendente, nella quale letture, tradizioni orali e riflessioni personali si intrecciavano in modo inatteso. Fu una dimostrazione esemplare di come la cultura popolare non fosse una semplice eco deformata della cultura dominante, ma un laboratorio autonomo di elaborazione intellettuale.

Per chi studia folklore, leggende e immaginario tradizionale, le pagine di Ginzburg sono state una scoperta continua. Grazie ai suoi lavori ho potuto approfondire percorsi di ricerca che mi hanno portato anche all’incontro con studiosi come Eleonora Fabris Bellavitis e con nuovi approcci all’analisi delle tradizioni popolari. La sua lezione fondamentale consisteva nel non considerare mai le credenze come semplici superstizioni da catalogare, ma come sistemi culturali complessi, degni della stessa attenzione riservata alle grandi correnti del pensiero.

Il suo metodo, definito “paradigma indiziario”, ha esercitato una profonda influenza anche sul sottoscritto e va ben oltre la storiografia. Come un investigatore, Ginzburg insegnava a seguire le tracce, a interrogare le anomalie, a diffidare delle spiegazioni troppo semplici. Nei suoi libri la ricerca storica diventava un’indagine intellettuale capace di coniugare rigore documentario e immaginazione critica.

Dei suoi lavori discutevo spesso con l’amico Pietro Martiradonna, appassionato come me di questi argomenti, durante le lunghe passeggiate su corso Alcide De Gasperi, a Bari.

Nel corso della sua lunga carriera ha ricevuto riconoscimenti prestigiosi e ha contribuito a formare generazioni di studiosi. Eppure il suo lascito più importante resta forse la capacità di aver cambiato il nostro modo di guardare al passato. Grazie a lui, figure marginali come un mugnaio, un contadino-guaritore o un imputato dell’Inquisizione hanno smesso di essere semplici note a margine per diventare protagonisti della storia.

Oggi, nel ricordare Carlo Ginzburg, prevale il sentimento della gratitudine. Gratitudine per uno studioso che ha saputo restituire voce agli esclusi, complessità alle tradizioni popolari e profondità alle tracce più fragili della memoria. Le sue opere continueranno a essere lette e discusse, non soltanto dagli storici, ma da tutti coloro che cercano di comprendere il rapporto tra cultura, immaginario e società.

Con la sua scomparsa sembra chiudersi una stagione importante della storiografia europea. Resta però aperto il dialogo con le sue pagine, che continuano a insegnarci come, dietro i dettagli apparentemente insignificanti, si nascondano spesso le verità più profonde.

Pietro Fabris

Monte Rosso, l’isola che Bari perse al mare: il punto di vista di Emmanuele Mola
Articolo Precedente Monte Rosso, l’isola che Bari perse al mare: il punto di vista di Emmanuele Mola
Elezioni in Armenia, Meloni a Pashinyan: ‘Accompagneremo i passi verso una pace’
Prossimo Articolo Elezioni in Armenia, Meloni a Pashinyan: ‘Accompagneremo i passi verso una pace’
Articoli collegati

Lascia un commento:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



I tuoi dati personali verranno utilizzati per supportare la tua esperienza su questo sito web, per gestire l'accesso al tuo account e per altri scopi descritti nella nostra privacy policy.