
Una scena della prima dell’Opera
Il 15 settembre è tornato in scena al Teatro dell’Opera di Roma, fino al 23 settembre, Le nozze di Figaro, capolavoro assoluto di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte. Ad approdare per la prima volta in Italia è lo storico allestimento firmato da Claus Guth, pensato per il Festival di Salisburgo del 2006: una lettura profondamente psicologica che sposta il fuoco dalla commedia degli equivoci a un’indagine spietata sulle dinamiche di coppia. La scena di Christian Schmidt, l’atrio borghese di una villa dei primi del Novecento dominato da un imponente scalone, si trasforma progressivamente: la foresta invade lo spazio scenico e diventa luogo mentale, simbolico, dove affiorano i desideri repressi, le paure e gli impulsi inconsci dei personaggi. Una regia “selvaggia”, energica, quasi caotica, ma di un caos perfettamente organizzato, che sottolinea le ondivaghe attrazioni erotiche tra i protagonisti senza mai scadere nello scandalo, e che introduce un piccolo cherubino muto, alato, a incarnare i pensieri nascosti e i desideri inconsci in scena.
Sul palcoscenico si alternano nel doppio cast Germán Olvera e Markus Werba come Conte Almaviva, Roberta Mantegna e Federica Guida nei panni della Contessa, Martina Russomanno e Benedetta Torre come Susanna, mentre danno voce a Figaro Erwin Schrott e Alessio Arduini.

Emmanuel Tjeknavorian
Sul podio, in un debutto atteso, il maestro Emmanuel Tjeknavorian, trentunenne viennese di origini armene, dal 2024 direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano e vincitore del Premio Abbiati 2025 come miglior direttore. Figlio del compositore e direttore armeno Loris Tjeknavorian, cresciuto tra musica e violino fin da bambino tra Austria e Armenia, arriva alla lirica dopo una carriera già solida da solista e concertista, affermandosi come una delle bacchette più interessanti della sua generazione.
Intervistato per l’Opera di Roma alla vigilia del debutto, Tjeknavorian racconta il suo rapporto con Mozart con parole quasi mistiche: “Mozart è eterno, la sua musica è eterna“, dice, spiegando come nelle Nozze di Figaro ogni nota, ogni pausa, ogni silenzio sia parte di un equilibrio che il compositore ha già trovato per noi. Rifiuta le categorie nette di buoni e cattivi: nell’opera, sottolinea, “ogni personaggio è complesso“, ed è proprio questa ambiguità a renderla unica. Un’unicità che nasce dall’incontro tra la scrittura di Da Ponte e la musica di Mozart, dove l’orchestra “rappresenta sempre il pensiero che va dietro alle parole“.
A suggellare la sua visione, il direttore cita un proverbio armeno che considera perfettamente in sintonia con lo spirito dell’opera: “Non amare, perché esiste l’odio, e non odiare, perché esiste l’amore.” Una massima che, dice, si potrebbe applicare appieno a Figaro: “Non ridete, perché un attimo dopo potreste piangere; e non piangete, perché un attimo dopo potreste ridere.” Un’immagine perfetta del continuo scambio tra riso e lacrime, leggerezza e dramma, che percorre tutta la partitura mozartiana e che il giovane maestro promette di restituire al pubblico romano con la freschezza del suo debutto.
M. Siranush Quaranta









