Al largo del molo Sant’Antonio si trova un luogo che Bari non vede più da quasi due secoli. Eppure non ha mai smesso di raccontare la sua storia. Lo chiamano Monte Rosso — “Monde Russe“, nell’idioma dei padri. È una secca oggi sommersa, di fronte alla Basilica di San Nicola. La leggenda la vuole un isolotto abitato, forse sacro. La storia documentata dice altro, e dice meno. Ma quel meno merita comunque di essere scritto.
Il primo a fissarne la memoria in pagina fu Emmanuele Mola, nel 1796, con l’articolo “Sul Cangiamento del Lido Apulo“, apparso sul Giornale Letterario di Napoli. L’abbiamo ritrovato, con un po’ di fatica, grazie all’emeroteca digitale della Biblioteca Nazionale di Roma. Abbiamo così scoperto che molte notizie riportate da altri media o da commentatori occasionali erano un po’ inventate, o quantomeno ricamate, magari per alimentare il ” Mistero ! ” e ottenere qualche clic o vendere qualche copia in più.
L’autore scriveva nello stile tipico degli scienziati del Settecento. Il suo obiettivo era restituire la realtà storica e geografica — quindi scientifica — sottraendo la vicenda ai sensazionalismi e all’occulto, ovvero a quella bonomia popolare che, quando non è ben gestita, rischia di danneggiare la memoria più che servirla.
Emmanuele Mola era un personaggio di rilievo: pubblico professore e prefetto dei regi studi e delle Antichità di Puglia. Non scrive di un’isola a sé stante: scrive di Bari, e di quanto la città ai suoi tempi fosse più piccola — “angusta” — di quella che resse l’assedio di Lodovico II e che contò cinquantamila abitanti sotto Roberto il Guiscardo.

Emmanuele Mola a reggere sorti della Città di Bari (Carlo Coppola con AI)
È dalla domanda: come possa un perimetro così ridotto aver contenuto tanta storia, nasce la sua ipotesi: Bari, un tempo, si sarebbe estesa di più verso il mare, verso tramontana. Mola riporta l’opinione di “molti savj uomini” e porta due indizi visivi a sostegno. Primo: a ciel sereno si osservano sul fondo i frammenti di vaste costruzioni. Secondo: nel vicino scoglio chiamato Pendino — questo era il nome usato allora, non ancora “Monte Rosso” — si vedono “alcune fondamenta di grandi edifizj, che reputansi un’antica fortezza per custodia della contigua città”.
Una fortezza a difesa di Bari, dunque. Non un insediamento autonomo, non un luogo di culto. È un’ipotesi più cauta di quella che la leggenda costruirà in seguito — e proprio per questo più solida.
Segue la frase che meglio rivela il temperamento di uno storico onesto, capace di fermarsi dove i documenti tacciono: “Per qual catastrofe poi sia ciò accaduto, e se pel sordo inoltramento del mare o per la violenta sua commozione, o per tremuoti, non è lecito di saperlo nella total mancanza delle nostre antiche memorie”. Mola non inventa: registra un’assenza. Ed è proprio in quel vuoto — tra l’indizio visivo e la causa mancante — che la leggenda avrebbe poi attecchito, vestendo di sacralità ciò che Mola aveva lasciato come pura ipotesi difensiva.
Giulio Petroni, nella Storia di Bari del 1858, aggiunse un decreto decurionale del 1693 che chiama lo scoglio “nuova insula”. Successivamente Armando Perotti, recatosi sul posto a inizio Novecento, noterà massi squadrati “collocati dalla mano dell’uomo” — un’osservazione che le recenti immersioni dell’Archeoclub e dell’Università di Bari hanno in parte confermato, ritrovando un blocco lapideo e frammenti di anfore.
Tra la storia documentata e il racconto popolare della cappella sommersa, resta il merito di Emmanuele Mola: aver colto, primo fra tutti, che sotto la leggenda di Monte Rosso batteva un nucleo di verità da scrivere — un’antica fortezza ipotizzata, non un’isola di abitanti e di altari, né magari un lazzaretto per i malati di “fuoco di Sant’Antonio” come vollero altri. E averne confessato i limiti, con un’onestà rara.
In ogni caso, resta la volontà di sognare una Bari che non esiste più, o che, a ben guardare, potrebbe non essere mai esistita, se non nella fantasia dei bambini e nei racconti degli antecessori. Ed è in inverno, quando soffiava il vento, che essi udivano proprio le campane rintoccare, tra il mare in tempesta, sognando l’Oriente oltremare da “Mille e una Notte”, dove Bari fu Emirato arabo, ma ahimè, senza petrolio.
Carlo Coppola










