C’è un modo per capire quanto una civiltà abbia ancora coscienza di sé: basta osservare come reagisce quando i suoi pastori vengono uccisi. Il mattino del 6 giugno 2026, S. E. Mons. Osório Citora Afonso è stato trovato morto nella sua residenza episcopale a Quelimane, ucciso da colpi di arma da fuoco che lo hanno raggiunto al torace. Supino, il braccio sinistro ancora contratto come a voler disperatamente fermare l’aggressore. La camicia azzurra coperta dal sangue che ha continuato a scorrere, allargandosi sul pavimento. Questa non è la prosa di un referto ma la descrizione di un martirio.
Conosciuto affettuosamente come «Don Osório», missionario della Consolata, aveva prestato servizio presso il Dicastero per l’evangelizzazione a Roma tra il 2017 e il 2023, dove era stato conosciuto e stimato prima di essere nominato vescovo di Quelimane. Nell’aprile 2026, Papa Leone XIV gli aveva affidato anche l’incarico di amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Beira. Aveva cinquantaquattro anni. Un episcopato di appena diciassette mesi con un grande impegno di una Chiesa da costruire.
Nelle ore successive alla scoperta del corpo, una parte della stampa internazionale ha sfruttato le prime comunicazioni ufficiali ancora caute per sfumare, diluire, neutralizzare. Si è parlato di malore. Si è parlato di incidente. Eppure la polizia del Mozambico ha precisato che «si è trattato a tutti gli effetti di un omicidio con arma da fuoco» e che il vescovo è stato colpito «al petto, al cuore», «probabilmente con un solo proiettile». L’ambiguità non era nei fatti. Era costruita narrativamente da chi preferisce non nominare le cose per quello che sono.
Da Madrid, Papa Leone XIV ha chiesto al Signore di consolare i fedeli provati e di «fermare la mano dei violenti». Non ha usato la lingua dell’eufemismo. Aveva già detto tutto il 9 gennaio scorso, davanti al Corpo Diplomatico, definendo senza esitazioni la persecuzione anticristiana nel mondo una «crisi umanitaria» tra i risolini più o meno celati di coloro che in Occidente vorrebbero liberarsi del Cristianesimo come “spina nel fianco morale” dell’intera società.
I numeri confermano quella definizione. Le uccisioni di cristiani nel mondo sono tornate ad aumentare, passando da 4.476 a 4.849, ovvero tredici al giorno. Il numero complessivo di cristiani esposti a persecuzione ha raggiunto i 388 milioni, si è ampliato da 13 a 15 il numero dei Paesi con un livello «estremo» di persecuzione anticristiana, e tra i Paesi critici la Watch List 2026 cita esplicitamente il Mozambico.
Tredici vittime al giorno. Eppure i notiziari del mattino parlano d’altro. Il medesimo sistema mediatico che dedica settimane a ogni violenza fondata sull’odio etnico o di genere fatica visibilmente a pronunciare la parola «cristianofobia» e ancor di più «cattolicofobia», termini ritenuti un insulto alla libertà della realizzazione violenta dei programmi genocidiari altrui. Fatica ad ammettere che colpire un vescovo al cuore nella sua casa porta in sé la grammatica dell’odio religioso.
Don Osório giaceva sul pavimento con la Croce di Cristo raccolta intorno al volto. Meriterebbe che i giornali scrivessero almeno il suo nome correttamente. Che non si parlasse di malore. Che si usasse, finalmente, la parola giusta: omicidio. E, con tutta la sua forza spirituale, il termine antico che la Chiesa non ha mai smesso di usare: martire. Questa parola continua ad indicare la capacità di testimoniare il Vangelo sino allo spargimento del sangue.
Carlo Coppola










