Romeo e Giulietta al Petruzzelli: in una serata magica la Romania ci ricorda cos’è lo stile

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l’Ambasciatrice S. E. Gabriela Dancau, la Cons. Gen. dott.ssa Ioana Gheorghiaș, tra i giornalisti Carlo Coppola e Siranush Quaranta (foto Tito Quaranta)

Quando il sipario del Teatro Petruzzelli si è alzato sulle note di Sergej Prokof’ev, Bari ha assistito a qualcosa di più di un balletto: a una lezione discreta e luminosa, affidata non solo alla scena ma al modo stesso di abitarla.

Il Romeo e Giulietta dell’Opera Nazionale Romena di Cluj-Napoca, su coreografie di Valentina Turcu, ha scelto una via dichiaratamente fisica, quasi atletica, privilegiando il dinamismo del corpo rispetto alla profondità psicologica dei personaggi. La partitura di Prokof’ev, musica che interroga e trattiene, è stata tradotta in una drammaturgia del gesto capace di trasformare l’energia in racconto. Turcu accetta il rischio e lo governa: rinuncia a qualche sfumatura interiore, ma guadagna in tensione, in chiarezza, in immediatezza. I danzatori, impeccabili e vibranti, non si limitano a eseguire: abitano la musica, la attraversano, la rendono visibile.

Le scene, essenziali ed evocative, e le luci, sapientemente modulate, compongono un affresco di chiaroscuri che suggerisce la Verona rinascimentale senza mai descriverla. I costumi, sobri, restituiscono al corpo la sua centralità. Ne risulta un allestimento di grande coerenza formale, all’altezza della tradizione culturale di Cluj-Napoca.

Prima che la musica prendesse la parola, l’hanno presa le voci delle istituzioni. Il Sovrintendente del Teatro Petruzzelli, Nazzareno Carusi, il Sindaco di Bari, on. Vito Leccese, e Florin Estefan — direttore dell’Opera Nazionale Romena di Cluj-Napoca e baritono di fama internazionale — hanno condiviso, ciascuno con il proprio accento e la propria autorità, una medesima convinzione: che la musica non sia ornamento della civiltà, ma suo fondamento. In un tempo segnato da fratture profonde e da una complessità internazionale che pesa sul destino dei popoli, tutti e tre hanno indicato nell’arte il luogo ancora possibile dell’incontro, il veicolo più antico e più tenace di valori condivisi, di pace, di unione tra culture che la storia separa e la bellezza riconcilia.

Ma la serata ha offerto anche un’altra lezione, più silenziosa: quella della misura. La Console Generale di Romania a Bari, Ioana Gheorghias, e l’Ambasciatrice a Roma, Gabriela Dancău, hanno condotto i momenti istituzionali con una naturalezza che sembra uscita dalle pagine del Cortegiano e del Galateo: presenza senza invadenza, autorevolezza senza rigidità, eleganza senza sforzo apparente. È la “sprezzatura”, nel suo senso più alto.

I discorsi in italiano hanno rivelato una padronanza rara: non semplice correttezza, ma amore per la lingua, restituita nelle sue pieghe più nobili, talvolta dimenticate dagli stessi italiani. Parole vive, non esibite, ricercate sapientemente e non costruite.

Non sorprende, in fondo, da un Paese che custodisce la propria storia senza timore. La Romania coltiva le sue radici con equilibrio, in ossequio alla traduzione ortodossa e con rispetto anche verso la monarchia, senza retorica né rimozioni, e proprio per questo sa riconoscere la bellezza altrui.

È questa la lezione più alta della serata: lo stile non si improvvisa. Si forma nel tempo, si educa, si trasmette. E talvolta, con grazia, si offre come dono.

Carlo Coppola

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