Ex Arena Giardino: abbattuto lo schermo in cemento mentre Bari si proclama capitale mediterranea del cinema

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Lo schermo in cemento dell’Arena Giardino è stato abbattuto in silenzio. Nessuna cerimonia, nessun comunicato, nessuna associazione che si oppone, nessun partito politico che polemizza, nessuna parola spesa. Solo una ruspa, nel quartiere Libertà, mentre altri ruderi infestano le zone intorno, ben più forieri di degrado, insetti e igombro al traffico, eppure il quartiere pretende, a buon diritto di riqualificarsi ed emanciparsi. Forse tutto sta a capire chi vuole emanciparsi e chi no, e a quale prezzo; tutto questo mentre poco distante, in città, il BIFest 2026 distribuisce premi alla carriera e vede passare ogni anno le star del cinema mondiale.

C’è qualcosa di precisamente beffardo in questa coincidenza temporale. Il fatto è accaduto un giorno qualunque nell’indifferenza, tra il 21 e il 28 marzo, quasi le stesse ore in cui Bari si racconta come capitale meridionale del cinema, cuore del Mediterraneo audiovisivo. E intanto, a pochi isolati dai red (and white) carpet, spariva senza testimoni uno dei luoghi in cui quella storia — quella vera, popolare, non da festival — aveva cominciato a scriversi. Questo nostro articolo non vuole avere intenti polemici verso chicchessia ma è un piccolo “lamento” per “una morte annunciata” certamente.

L’Arena aprì nell’agosto del 1947, dentro i muri dell’ex Manifattura dei Tabacchi. L’intento iniziale predeva secondo di dati dell’epoca una capienza di milleseicento posti, biglietti al prezzo dei cinema di fabbrica, cinema popolare nel senso pieno e concreto della parola. La serata inaugurale di ogni estate era riservata ai figli dei dipendenti: entravano gratis e durante la proiezione ricevevano un cremino. C’è dentro questa piccola cerimonia tutta l’antropologia di un’Italia che non esiste più. Il cinema chiuse i battenti definitivamente nel 1995 dopo anni altalenanti, il pubblico cambiato, le istituzioni meno attente di oggi ai salvataggi di opere culturali. Trent’anni di abbandono, infine la ruspa.

Nel mezzo, a metà degli anni Duemila, un tentativo di recupero — rimasto tale, come spesso accade quando i progetti si consumano nella loro stessa enunciazione. Ora ciò che era stato lasciato volutamente al degrado ha lasciato il posto al nulla, al vuoto, all’assenza.

Pare assurdo che tutto accada durante il BIFest 2026 ha omaggiato Tornatore, l’autore di Nuovo Cinema Paradiso — il film in cui un proiezionista piange davanti alle macerie di una sala abbattuta. La scelta, involontariamente, si è fatta allegoria. Non si potrebbe immaginare accostamento più eloquente, né più crudele.

Eppure, a meno di trecento metri, il Cinema Jolly anch’esso fino a qualche tempo fa in condizioni di abbandono sta andando incontro a un recupero, grazie alla testardaggine di un singolo imprenditore Andrea Costantino, persona libera e franca, non sottomesso alle tendenze di politica-culturale di nessuna epoca, come accade sovente alle nostre latitudini. Il miracolo in atto oggi, rende insostenibile, retroattivamente, la fine dell’Arena Giardino e dimostra che un’alternativa c’è sempre. Servono volontà e visione, ma sopratutto qualcuno sia disposto a spendersi per un sogno — non solo danari — dedicando tempo e cuore, talvolta anche con la cocciutaggine, e contro l’ostracismo, con cui si muovo solo i sognatori.

Quella riservata al Cinema Giardino è ormai evidente, non è stata una fatalità, ma una scelta di abbandono. “Un altro sogno che uccidono. Un’altra volgarità”… come cantava Eros Ramazzotti nel 1996.

Carlo Coppola

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