Il 26 marzo, al Teatro Petruzzelli di Bari, nel cuore del Bif&st, Margherita Buy e Domenico Procacci hanno condiviso il palcoscenico in una conversazione guidata dalla giornalista Angela Prudenzi, per celebrare i trentacinque anni dalla prima uscita di La stazione, il lungometraggio con cui Sergio Rubini esordì alla regia nel 1990. Un anniversario che coincise anche con la nascita di Fandango, la casa di produzione fondata da Procacci, e che vide la stessa Buy protagonista accanto a Rubini. Per l’occasione, la pellicola è stata proposta al pubblico barese nella versione restaurata in 4K completata da Cinecittà nel 2021, accompagnata dal ricordo dei numerosi riconoscimenti conquistati nel tempo: dal Nastro d’Argento al David di Donatello, dal Globo d’Oro alla Grolla d’Oro, fino alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e al premio FIPRESCI.

Domenico Procacci e Margherita Buy al Bif&st 2026
Buy ha ricordato quei mesi sul set con leggerezza: all’epoca non si interrogava sul domani, si lasciava trasportare dalla forza dei progetti, senza immaginare che quella piccola storia ferroviaria avrebbe varcato i confini italiani per approdare persino a New York. Procacci ha confessato di non aver mai ipotizzato che un giorno il Petruzzelli si sarebbe riempito fino all’ultimo posto per rivedere il primo film della sua società.
Quel progetto aveva radici teatrali: era nato come pièce di Umberto Marino con la regia di Ennio Botto e lo stesso nucleo di interpreti. Il passaggio di Rubini alla regia non era affatto scontato: fu una proposta quasi improvvisata, una scommessa serale tra amici, con Procacci che lo spinse a cimentarsi con la macchina da presa convinto che nessuno come lui avrebbe saputo restituire quella realtà. Una di quelle intuizioni che, col senno di poi, definisce un’intera carriera.
Le riprese, come Buy ha raccontato con vivida ironia, si svolsero interamente di notte, sotto un freddo tagliente che rendeva ogni ciak una piccola impresa di sopravvivenza — i piedi le venivano riscaldati con il phon tra una scena e l’altra. Eppure, quel set era animato da un’energia rara, una dedizione collettiva che trasformava ogni difficoltà in carburante creativo. Rubini aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, storyboard compresi, e si avvertiva in lui, come in tutti i presenti, il peso della responsabilità verso chi stava rischiando di più: Procacci.
Da quella stagione pionieristica, la conversazione si è spostata sul presente del cinema italiano, che nessuno dei due ha esitato a descrivere nei termini di una sfida. Procacci ha dipinto uno scenario in cui lanciare nuove voci è diventato più arduo di quanto non fosse agli esordi, nonostante gli esordi non fossero certo una passeggiata. Le regole cambiano in corsa, i finanziamenti si contraggono, e accompagnare un regista alle prime o seconde opere richiede oggi un impegno che il sistema fatica sempre più a sostenere. Un campionato che comincia, ha detto Procacci con una metafora calcistica, senza sapere quanti giocatori comporranno la squadra.
Buy ha identificato in questa incertezza un riflesso diretto sulla scelta degli interpreti: si nota una tendenza a rifugiarsi negli stessi nomi rassicuranti, una logica del rischio minimo che tradisce però la natura stessa del cinema. I film funzionano quando ogni persona occupa il posto che le appartiene, e nessuna garanzia di notorietà compensa un casting sbagliato. Le piattaforme digitali, con la loro pressione verso la standardizzazione, hanno ulteriormente ridotto gli spazi di libertà creativa, spingendo autori e attori verso prodotti che li coinvolgono solo in superficie. Il richiamo è a tornare a illuminare il cinema italiano dall’interno, puntando sui talenti genuini.
Sulla distinzione tra grande schermo e serialità, entrambi hanno offerto una lettura sfumata. Procacci ha rivendicato la potenza narrativa del racconto in due ore, ma ha riconosciuto che certe storie guadagnano profondità con i tempi più distesi della serialità, a condizione che il format non diventi una gabbia che uniforma tutto. La libertà creativa, per registi, sceneggiatori e interpreti, resta la condizione indispensabile per generare qualcosa di davvero originale.
Di fronte a una platea popolata anche da molti studenti, Procacci ha risposto con onestà brutale alla domanda più ovvia: no, non consiglierebbe a un giovane di intraprendere la strada della produzione perché lo preoccuperebbe, da genitore. Ma assecondare la passione, quella sì, perché a diciotto anni è giusto inseguire ciò che si ama, sapendo che il tempo insegnerà da solo dove si è più capaci di incidere.
In serata, a suggellare l’incontro, Buy ha consegnato a Procacci il Premio Bif&st Arte del Cinema, un riconoscimento che ha chiuso in modo emblematico una giornata tutta dedicata al senso del fare cinema.
M. Siranush Quaranta









