Il 28 febbraio 2026 il Medio Oriente ha vissuto una svolta drammatica e irreversibile. Attacchi aerei congiunti condotti da Israele e dagli Stati Uniti hanno colpito il territorio iraniano, provocando la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica. L’evento ha segnato la fine di un’era politica e religiosa che durava da decenni, ridisegnando in poche ore gli equilibri di una regione già fragilissima. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: l’Iran ha lanciato attacchi contro Israele e contro i paesi del Golfo Persico che ospitano basi militari statunitensi, trascinando l’intera area in una spirale di violenza senza precedenti nella storia recente.
Lo scenario apertosi con questo conflitto ha investito in maniera immediata e devastante le nazioni arabe dell’area. Il Libano, che da anni convive con la presenza di formazioni armate sul proprio suolo e con una crisi economica e istituzionale profonda, si è trovato esposto alle conseguenze dirette delle ostilità. La popolazione civile libanese, già provata da anni di instabilità politica, crollo finanziario e le devastanti conseguenze dell’esplosione del porto di Beirut nel 2020, ha visto inasprito ulteriormente le proprie condizioni di vita. I flussi di sfollati provenienti dai territori più vicini al fronte hanno aggravato la pressione su infrastrutture già al collasso, mentre la comunità internazionale si interrogava sulle possibilità concrete di un intervento umanitario. Anche la Siria, l’Iraq e lo Yemen, nazioni già duramente segnate da conflitti interni prolungati, hanno subito le ripercussioni del nuovo teatro di guerra, con movimenti di popolazione in cerca di corridoi di sicurezza verso territori più stabili.

@Spokekperson of MFA of Armenia
In questo quadro di estrema urgenza, un paese ha assunto un ruolo del tutto inaspettato ma di straordinaria rilevanza: l’Armenia. La piccola repubblica caucasica, affacciata su un crocevia geografico tra Europa, Asia e Medio Oriente, si è trasformata in poche settimane nel principale corridoio di evacuazione per i cittadini stranieri presenti in Iran al momento dell’escalation militare. Secondo quanto dichiarato dalla portavoce del Ministero degli Esteri armeno, Ani Badalyan, tra il 28 febbraio e il 10 marzo 2026 il territorio armeno ha facilitato il transito e il rimpatrio di cittadini provenienti da ben 46 paesi. Un numero che ha registrato una progressiva crescita: inizialmente si parlava di 41 nazioni coinvolte, poi ampliate a 46 con l’aggiunta di Canada, Grecia, Serbia, Finlandia ed Egitto.
La portata geografica di questa operazione di evacuazione è stata eccezionale. Tra i paesi americani che hanno utilizzato il corridoio armeno figurano gli Stati Uniti, il Canada, il Messico e l’Uruguay. L’Europa ha visto coinvolti Austria, Germania, Lettonia, Grecia, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Svizzera, Portogallo, Serbia, Ucraina, Finlandia e Francia. Tra questa figura anche l’Italia, il cui governo ha attivato il corridoio armeno per il rimpatrio dei propri cittadini presenti in Iran al momento dell’escalation, coordinando le operazioni consolari attraverso Erevan in stretto raccordo con le autorità locali. Dall’area eurasiatica e del Pacifico hanno transitato cittadini di Australia, Bielorussia, Turkmenistan, India, Kazakistan, Kirghizistan, Nepal, Nuova Zelanda, Cina, Tagikistan, Russia, Uzbekistan e Filippine. Anche dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa sono passate attraverso l’Armenia persone in fuga: Guinea, Egitto, Yemen, Zimbabwe, Iraq, Libano, Sudafrica, Marocco, Nigeria, Sierra Leone e Siria. Perfino i cittadini di paesi geograficamente prossimi all’Iran, come Georgia, Turchia e gli stessi iraniani con doppia nazionalità, hanno scelto la via armena come percorso di uscita.
L’Armenia ha dimostrato in questa circostanza una capacità diplomatica e logistica di notevole spessore. Le autorità di Erevan hanno fornito assistenza nelle procedure di visto d’ingresso nei casi in cui fosse necessario, agevolando il transito anche per coloro che non disponevano in anticipo dei documenti richiesti. Una risposta pragmatica e umanitaria che ha trasformato un piccolo stato in un attore centrale della gestione della crisi, al di là di ogni precedente coinvolgimento diretto nel conflitto.
La scelta dell’Armenia come via di fuga riflette anche una realtà geografica e diplomatica più complessa. Il paese caucasico, pur mantenendo relazioni storiche con la Russia e rapporti di vicinanza con l’Iran, ha sviluppato negli ultimi anni un profilo di maggiore apertura verso l’Occidente e verso le organizzazioni internazionali. La sua collocazione al confine con l’Iran, unita a un sistema aeroportuale funzionante e a una relativa stabilità interna, ne ha fatto l’unica alternativa concretamente praticabile per chi cercava di lasciare il territorio iraniano in condizioni di sicurezza, in un momento in cui le rotte aeree dirette erano sospese o impraticabili.
La crisi aperta dal conflitto Iran-USA ha riportato al centro dell’attenzione mondiale la vulnerabilità dei civili nelle zone di guerra e la necessità di corridoi umanitari garantiti. Le evacuazioni avvenute attraverso l’Armenia tra la fine di febbraio e i primi di marzo del 2026 rappresentano una delle operazioni di rimpatrio più complesse e plurinazionali mai registrate in tempi così brevi. Esse testimoniano al contempo la gravità della situazione che si è venuta a creare e la capacità dei sistemi diplomatici e consolari di rispondere, seppure con le inevitabili difficoltà, a emergenze di questa portata. La comunità internazionale si trova ora davanti all’urgenza di definire una strategia politica e umanitaria di lungo periodo che tenga conto delle conseguenze profonde che questo conflitto ha già prodotto sull’intera regione mediorientale e sui milioni di persone che la abitano.
M. Siranush Quaranta









