Cafarnao, dal lago di Tiberiade riemerge il porto di Pietro

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C’è una pietra a forma di piramide che da duemila anni punta verso il cielo. Per secoli nessuno le ha prestato attenzione. Oggi sappiamo che era probabilmente un fanale senza fuoco: il segnale d’ingresso di un piccolo approdo dove i pescatori di Cafarnao tiravano a riva le barche al termine della giornata. Forse anche quella di Pietro.

La notizia è tornata alla ribalta alcune settimana fa, a inizio del 2026, ripresa dal quotidiano Avvenire, ma la scoperta risale alla seconda metà del 2015. Lungo la riva nord-occidentale del lago di Tiberiade — il Mar di Galilea dei Vangeli — sono emersi i resti di un porto del I secolo interamente costruito in basalto nero, la stessa pietra vulcanica con cui erano edificate le case del villaggio. Due file parallele di blocchi, distanti tre o quattro metri l’una dall’altra, delimitavano i fianchi di una piccola darsena: uno spazio sufficiente, secondo gli archeologi, ad accogliere due imbarcazioni alla volta.

Hagay Dvir, studioso impegnato nella valorizzazione dei siti lacustri, lo descrive con grande semplicità: tra quei muri di pietra e acqua entravano le barche dei pescatori, si ammainava la vela, si tiravano i remi e si scaricava il pescato. Era la fine della giornata di lavoro. Se l’approdo apparteneva davvero a Cafarnao — dove, secondo i Vangeli, Pietro viveva con la famiglia — è difficile non chiedersi quante volte i suoi sandali abbiano calpestato quelle stesse lastre di basalto.

Quello di Cafarnao non è l’unico porto antico identificato sulle rive del lago. A Magdala, città di Maria Maddalena, pochi chilometri più a sud, padre Stefano De Luca dello Studium Biblicum Franciscanum ha portato alla luce una banchina dotata di cinque blocchi di basalto perforati, usati come bitte d’ormeggio per fissare le corde delle imbarcazioni. Una struttura rara e sorprendentemente integra, considerata dagli esperti il porto antico meglio conservato dell’intera costa galilaica.

Di quelle acque conosciamo persino una barca, recuperata quasi per caso. Nel gennaio del 1986 due fratelli del kibbutz Ginnosar stavano camminando sul fondale melmoso del lago: una siccità anomala aveva abbassato il livello dell’acqua oltre il normale. Notarono una cavità ovale nella melma. Non era una roccia: erano le costole di uno scafo antico. L’imbarcazione, lunga circa otto metri e larga poco più di due, era costruita con assi di cedro e quercia assemblate a incastro; si distinguevano ancora i fori per l’albero della vela e gli alloggiamenti dei remi. Le analisi al radiocarbonio hanno collocato il taglio del legno tra il 120 a.C. e il 40 d.C. — esattamente l’epoca in cui Gesù percorreva quelle rive. Fra Eugenio Alliata, archeologo francescano, ha osservato con prudenza scientifica che per dimensioni e tipologia quella barca corrisponde perfettamente alle imbarcazioni del contesto evangelico: abbastanza grande da ospitare Gesù e i suoi discepoli. Dopo un lungo restauro, il relitto è oggi conservato al museo di Ginnosar in una vasca climatizzata.

Un ultimo ritrovamento potrebbe addirittura risolvere uno degli enigmi più longevi della geografia biblica: dove si trovava Betsaida, la città natale di Pietro? A el-Araj, nel nord di Israele, è riemerso il pavimento a mosaico di una chiesa bizantina risalente a circa 1500 anni fa — tessere bianche e nere disposte in motivi floreali. Individuato nel 2021 nella sagrestia dell’edificio, solo di recente il testo dell’iscrizione in greco antico è stato integralmente liberato dagli strati di terra e interpretato: una preghiera rivolta al «capo e comandante degli apostoli celesti», titolo che nella tradizione cristiana identifica senza ambiguità Pietro. La cosiddetta “Chiesa degli Apostoli” sarebbe stata edificata proprio per commemorare la casa natale del pescatore divenuto primo tra i seguaci di Gesù. Se confermato, el-Araj coinciderebbe con l’antica Betsaida dei Vangeli — e si chiuderebbe così un dibattito aperto da secoli tra storici e archeologi.

Tra moli di basalto, scafi recuperati dal fango e mosaici bizantini, il mare di Galilea continua a restituire frammenti di una storia lontanissima. Piccoli dettagli materiali che non dimostrano la fede, ma la collocano in un paesaggio concreto: un villaggio di pescatori, un molo stretto tra due file di pietre, una barca tirata a riva al tramonto.

Carlo Coppola

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