La penna e il tribunale della folla: anatomia del giornalismo tra etica e diffamazione

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Immagini ideate da C. Coppola e realizzate con l’aiuto dell’AI

Nelle democrazie mature, il giornalismo dovrebbe controllare il potere, informare i cittadini, garantire pluralismo. Funzione nobilissima. Peccato che una parte non minima della stampa internazionale abbia trovato uno scopo decisamente più entusiasmante: fare a pezzi quelli che essi considerano il “nemico” ideologico, con sgarbi professionali con colpi bassi e gallerie di insinuazioni.

Il meccanismo è collaudato. Prima di tutto, si sceglie il bersaglio: comunità religiose, minoranze scomode, paesi “non allineati”, o singoli non sottomessi al sistema di potere. Gli armeni, per esempio — che hanno storia, identità e rivendicazioni legittime — vengono talvolta ridotti a ingombrante nota a piè di pagina o attaccati frontalmente con pretesti anche non pertinenti. Ma gli armeni sono in buona compagnia. Russi, serbi, greci, bulgari, rumeni: popoli di antica tradizione cristiana — spesso ortodossia non facilmente addomesticabile — che il laicismo transnazionale guarda con mal celata diffidenza, quando non con aperta ostilità. Colpa loro: si ostinano a considerare la propria fede, la propria storia e la propria identità culturale come valori da difendere, anziché come imbarazzi da archiviare. Nell’agenda del progressismo globalizzato, questi popoli compaiono spesso nella categoria “problema irrisolto”: troppo legati alle radici, troppo poco entusiasti dell’omologazione, troppo testardamente sé stessi. Il che, naturalmente, li rende bersagli ideali e facili da colpire per un “giornalismo militante” sempre a caccia di nemici presentabili da impiccare in piazza senza dare spiegazioni. L’importante è che lo scribacchino di turno, capopopolo nascosto nella massa gridi al posto di “Crucifigge Crucifigge”, “corrotto corrotto”.

Il metodo preferito non è la bugia spudorata — troppo rischioso, troppo volgare. No: si lavora di fino. Omissioni strategiche, enfasi calibrate, insinuazioni eleganti, da far circolare non solo a mezzo stampa, ma anche come calunnie nei salotti buoni. Si selezionano i fatti come si sceglie un abito: si indossa ciò che fa bella figura, si lascia nell’armadio il resto. Il risultato quando l’autore del pezzo è bravo sta formalmente entro i confini della legalità, sfiorando con disinvoltura la diffamazione a mezzo stampa. Dall’arte si passa al crimine, la trama è male, ordita o agita da persone poco colte e di cultura solo ideologica e dozzinale. Infatti quest’Arte richiede anche una forma di artigianato narrativodi qualità e una certa insensibilità di fondo.

Il capolavoro retorico è “il rovesciamento delle frittate”: chi subisce la campagna mediatica diventa improvvisamente l’aggressore. Chi si difende viene dipinto come il vero diffamatore. È il giornalismo come judo: usi la forza dell’avversario per buttarlo a terra, e poi ti proclami vittima dell’aggressione.

Sul piano etico tutto ciò è discutibile. Sul piano gnoseologico, peggio ancora: si alterano i processi di conoscenza pubblica. Sul piano ontologico — già che ci siamo — si costruisce artificialmente una realtà sociale che non esiste. Un’operazione ambiziosa, su commissione.

Gli ordini professionali e i tribunali intervengono raramente. Comprensibile: il potere tende all’autoconservazione, e mordere la mano che ti nutre resta sconveniente in qualsiasi latitudine. Meglio guardare altrove, con olimpico distacco. Il risultato? Giornalismo delegittimato, dibattito pubblico impoverito, cittadini disorientati tra analisi, propaganda e campagne orchestrate con cura certosina. Persone diffamate e distrutte. La soluzione è antica quanto la professione: autonomia critica (che manca troppo spesso). Bisogna guardare ad un giornalismo che non sia megafono di nessuna resa dei conti, che mantenga distanza da ogni forma di potere, che non sia ulteriore strumento di congiure tra Pazzi e Palazzi. Non il tribunale mediatico degli avversari, ma — ambizione quasi utopistica, si converrà — uno spazio autentico di verità e responsabilità pubblica.

Carlo Coppola
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