
A distanza di tre settimane dall’uscita in sala di “Buen Camino”, pellicola nata dalla fortunata e longeva collaborazione di Checco Zalone con il regista Gennaro Nunziante, un gran numero di italiani ha contribuito mediante la visione a rendere il film un successo di pubblico nel giro di qualche giorno. Ma ora che in tanti hanno visionato il film, godendo di attimi più spensierati grazie all’irresistibile comicità, è interessante riflettere – e ancor prima rilevare – i temi proposti nei 90 minuti di narrazione cinematografica, forse sfuggiti ad alcuni spettatori.
Tutte le celebri pellicole aventi come protagonista Checco Zalone (all’anagrafe Luca Pasquale Medici) rappresentavano variamente molteplici questioni sociali, politiche, ideologiche e persino religiose, mediante un racconto leggero che, tuttavia, spesso adombrava la denuncia di realtà corrotte, ingiuste e obsolete, celando una critica a svariati sistemi e a chi li compone. Inevitabilmente il parterre eterogeneo che riempie i cinema è in grado di cogliere i messaggi su differenti piani di lettura e interpretazione: a titolo d’esempio, pur auspicando di sbagliarmi, dubito che tutti gli oltre 8 milioni di italiani che hanno guardato “Buen Camino” conoscessero l’aggettivo taumaturgico; per qualcuno avrà determinato l’essenza di uno scambio arguto e divertente, altri invece avranno sperimentato la medesima estraneità linguistica di Checco Zalone, sempre ingenuo, ignorante, epidermico e, talvolta, vuoto. Non si può pretendere del resto che gente di ogni età e grado d’istruzione sia edotta sul lemma, che rinvia ai popolari “taumaturghi” (dal greco “thaûma”, miracolo, ed “érgon”, opera), ossia persone, solitamente santi o sovrani, ritenute capaci di compiere miracoli e prodigi, specialmente guarigioni, attraverso il tocco o la preghiera, come i re di Francia e Inghilterra che si diceva curassero la scrofola.
Si tratta, dunque, di pellicole, e “Buen Camino” ce lo conferma a pieno, che sono godibili da chiunque proprio perché propongono diversi livelli di esegesi. Nell’ultima opera l’attenzione è posta su un ricchissimo uomo di nome Checco Zalone, la cui quotidianità è scandita dal lusso e i piaceri; la scomparsa misteriosa della figlia, però, segna un punto di svolta nella vita del milionario poiché è costretto a lanciarsi in una ricerca che lo condurrà non solo a ritrovare sua figlia, ma anche a riscoprire il senso e il valore di essere padre. Il riavvicinamento con la figlia adolescente avviene in un contesto del tutto particolare, quale il Cammino di Santiago, di cui sono proposte numerose tappe, paesaggi e funzioni.
Tale breve fabula priva di qualsivoglia spoiler permette di intuire il complesso intreccio di fatti e temi: il rapporto genitori-figli, l’ossessione imperante per il denaro e il successo che porta ad una svalutazione dei valori fondanti della vita, il rapporto dell’individuo con la fede, la riscoperta del vero sé e delle esigenze più intime legate all’io, la sessualità, il potere della menzogna e della verità nelle nostre vite e la precarietà dell’uomo dinanzi a un problema di salute indipendentemente dal proprio status socio-economico. Questi solo alcuni dei numerosissimi aspetti toccati dalla trama di vicende e personaggi che calcano la scena. E, in linea con i precedenti film dell’attore pugliese, vediamo narrato un viaggio del protagonista, che al pari di un picaro vive mille vicissitudini per lui spesso stranianti e difficili da accogliere: ad esempio tutti ricorderemo il giovane Checco che in “Cado dalle nubi” abbandonava la sua Polignano a Mare per trasferirsi a Milano e realizzare il suo sogno di cantante; oppure il Checco di “Quo vado” costretto a vivere in mille località diverse, da Lampedusa al Circolo Polare Artico, pur di non abbandonare il posto fisso; o, ancora, quando l’attore interpreta in “Tolo Tolo” un imprenditore che scappa in Kenya al fine di sfuggire al fisco, ma si ritrova coinvolto nel drammatico viaggio dei migranti verso l’Europa. In questi e molti altri momenti, Checco doveva interfacciarsi a circostanze e scenari per lui inediti o assurdi, come l’omosessualità, una maggiore libertà in ambito affettivo e familiare, una superiore parità di genere e, in generale, degli elementi culturali nuovi.
Tuttavia, in ogni pellicola, alle iniziali difficoltà del personaggio, apparentemente tanto insormontabili che l’eroe sembra sul punto di arrendersi, segue un rapido ed entusiastico adattamento al contesto, che gli concede per la prima volta nella sua vita la possibilità di accettare il diverso e, addirittura, apprezzarlo. Proprio come in un romanzo picaresco o di formazione, la conclusione risulta sempre lieta e il picaro raggiunge la sua massima maturazione come individuo e in relazione al microcosmo in cui vive.
Le pellicole oggetto della nostra analisi ed amatissime da un folto pubblico riescono, quindi, a conciliare magistralmente un’originale e brillante ironia con un sarcasmo e una satira più taglienti, capaci di denunciare e a volte decostruire le problematiche e i difetti costitutivi dell’italiano medio e delle realtà cui partecipa. Si configura, dunque, come una missione complessa far ridere lanciando al contempo messaggi più seri e dalle venature spesso drammatiche. “Buen Camino”, in particolare, incentra l’attenzione dello spettatore sul sostanziale impoverimento valoriale delle nostre vite, in cui ora più che mai si ricercano fama, denaro e potere a discapito di un benessere più profondo che non trascuri i veri bisogni di un essere umano: delle relazioni autentiche che permettano alla nostra interiorità di fiorire assieme alla fede e alla spiritualità, incarnati dal personaggio di Alma ma che Checco sembra ignorare sino a pochi istanti prima del termine del film.
Conseguentemente posso dirmi grata a Checco Zalone, figura che a mio giudizio sta lasciando una traccia unica ed indelebile nella cinematografia italiana e, ancor prima, nell’immaginario comune, perché è riuscito un’altra volta ad alleggerirci dalle preoccupazioni del vivere quotidiano e a donarci un senso e un monito concreto, compatibili con la sensibilità collettiva. Perché in fondo all’italiano medio non è più sufficiente accontentarsi di esistenze mediocri ed emozioni ordinarie, ma sogna di conquistarsi un posto nel mondo diverso e insospettabile: tornare ad essere protagonista del proprio film senza, però, seguire copioni già scritti.
Maria Elide Lovero









