Nonostante l’accordo di pace firmato l’8 agosto 2025 tra Armenia e Azerbaigian, mediato dagli Stati Uniti, la distruzione del patrimonio armeno cristiano in Artsakh (Nagorno-Karabakh) non solo continua, ma si intensifica. L’intesa, presentata come la fine del conflitto fra i due stati sovrani, non ha arrestato quella che molti osservatori definiscono una sistematica cancellazione culturale del patrimonio storico armeno.
Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e l’esodo forzato di oltre 120.000 armeni, l’accordo di Washington – che include il corridoio commerciale Trump Route for International Peace and Prosperity (dal significativo acronimo di TRIPP) – è criticato perché fondato su concessioni unilaterali armene e privo di garanzie sul diritto al ritorno dei profughi e sulla tutela del patrimonio storico-religioso.
Secondo Caucasus Heritage Watch, dalla fine del 2023 la distruzione dei siti armeni è aumentata del 75%. Chiese come San Giovanni Battista a Shushi e l’Ascensione a Berdzor sono state rase al suolo, mentre monumenti identitari sono stati vandalizzati. L’ultimo episodio risalente a dicembre 2025 riguarda il monastero di Yerits Mankants (XVII secolo), la cui cupola era già stata modificata dagli interventi azeri per renderla “non-armena”. Ora anche l’interno della chiesa principale è stato profanato: i filmati mostrano la scomparsa dei modellini della chiesa posti sull’altare, la rimozione del khachkar appoggiato alla Santa Mensa, la rottura della parte inferiore di un crocifero scolpito e una statua rovesciata nella nicchia laterale.
Gor Margaryan, analista della Fondazione Geghard, ha denunciato che l’Azerbaigian agisce su due fronti: da un lato distrugge ciò che è armeno e secolare, dall’altro rietichetta i monumenti dell’Artsakh come “albanesi caucasici”, riscrivendo la storia. Margaryan ha, inoltre, evidenziato una parzialità di alcune strutture internazionali a favore di Baku, sottolineando la necessità di un nuovo stile di cooperazione per contrastare efficacemente questo processo.
Nonostante le numerose ordinanze emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia a tutela dalla preservazione del patrimonio culturale armeno e le prove satellitari persistenti, continua il silenzio internazionale e l’Armenia subisce una situazione pesante sul piano culturale in favore del mantenimento di una pace apparente che prima o poi rischia di essere nuovamente scompaginata dalla prepotenza avversaria che continua a negare millenni di storia e di storici pur di portare avanti le sue prerogative armenofobe.
Carlo Coppola









