Autonomia differenziata: il triste spettacolo in Senato e la manifestazione del 16 febbraio

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Il 23 gennaio scorso, pochi giorni dopo il nostro articolo sul disastro dell’Autonomia differenziata, è andato in scena il deplorevole spettacolo su cui la maggioranza era certa: complici anche i politici votati nel Mezzogiorno, il ddl Calderoli è stato approvato al Senato con 110 voti favorevoli, 64 contrari e 30 astenuti. Il tutto mentre dai banchi dell’opposizione era intonato l’Inno nazionale e da quelli della Lega, la senatrice Bizzotto sventolava la bandiera della Serenissima (alla faccia della narrazione del ddl come efficientamento dell’amministrazione pubblica!).

Nell’attesa del passaggio alla Camera, uno spettacolo ancora più osceno è andato in scena lo scorso 16 febbraio, quando a Roma circa 700 sindaci della rete Recovery Sud, capeggiati dal Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, hanno scioperato in segno di protesta contro l’avanzare di questo progetto eversivo.

Nello specifico, l’oggetto della protesta si allargava anche alla questione FSC, il Fondo Sviluppo e Coesione, cioè soldi forniti dall’Unione Europea per potenziare gli investimenti nelle aree più povere e periferiche del Paese, destinati, quindi, prevalentemente al Mezzogiorno. Tali fondi, originariamente stanziati e distribuiti presso le singole Regioni, giacciono da più di un anno immobilizzati a Roma, senza che le stesse Regioni possano disporne. Secondo gli esponenti del Governo, alla base di tale decisione starebbe la mala gestio da parte delle Regioni stesse, giudicate non in grado di programmare gli investimenti.

Nel caso della Puglia, però, la capacità di spesa è una delle più alte in Italia, specie nell’ambito dei fondi di sviluppo rurale; nonostante ciò, resta da capire come si possano spendere soldi di cui i Governatori regionali attualmente non dispongono, in quanto fermi nelle mani del Governo.

Senza considerare il taglio al Fondo di perequazione voluto dal Governo Draghi, si deve considerare che altri soldi del FSC sono, poi, stati dirottati per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina: non solo, quindi, non si intensificano gli investimenti nelle aree disagiate del Paese, ma dei soldi destinati a tali investimenti una buona parte è destinata a opere straordinarie che meriterebbero forme di finanziamento diverse, data l’importanza strategica che rivestono a livello nazionale e non solo meridionale.

L’idea dei sindaci era quella di farsi ricevere dalle Istituzioni nazionali, per far valere i propri diritti in un contesto di completa assenza del Mezzogiorno dalla programmazione politica nazionale. Accolti dal Prefetto di Roma, si sono diretti presso il Ministero del Sud presieduto dal pugliese Raffaele Fitto, dove nessuno ha risposto alle istanze dei manifestanti. Pur volendo confrontarsi con il Premier Giorgia Meloni, quest’ultima non era neanche presente a Roma, impegnata a siglare l’accordo di coesione per la Calabria, dove sono stati stanziati 3 miliardi di euro per i prossimi 7 anni (appena 400 milioni all’anno).

E proprio dalla Calabria, il Presidente del Consiglio ha tuonato contro i sindaci, dicendo loro di andare a lavorare piuttosto che manifestare. Senza entrare nel merito delle reazioni dovute, ma pur sempre colorite, del Presidente De Luca, a nostro avviso non sembra questo un comportamento consono del Presidente del Consiglio, che dovrebbe fare gli interessi di tutto il Paese e non solo di una parte. Dire a 700 sindaci di “andare a lavorare” significa insultare circa il 10% dei comuni italiani (che, dati Istat, sono 7896), quindi una buona fetta della popolazione nazionale.

Almeno una notizia, però, ci rende felici. Cioè che, a seguito della sempre più diffusa comprensione della riforma e dei suoi significati nefasti, il consenso nazionale verso tale ddl è sceso di ben sei punti percentuali da dicembre 2023 a febbraio 2024, rispettivamente dal 50% al 44%, dati Demos. Nello specifico, a Nord-Ovest del 6% (da 60% a 54%), nel Centro-Sud dell’8% (da 38% a 30%), nell’area Sud e Isole del 12% (da 43% a 31%). Solo nel Centro-Nord e a Nord-Est si mantiene stabile.

Forse, quindi, si sta comprendendo come avere 20 Italie diverse avrebbe effetti negativi non solo a Sud, ma anche a Nord, dove le città sarebbero in balia degli amministratori regionali. Da non dimenticare anche l’impatto che tale riforma avrebbe sulla credibilità e sul peso politico del Paese in Unione Europea (i rapporti con Bruxelles, infatti, figurano anch’essi tra le materie che diverrebbero di competenza regionale!).

Giuseppe Mennea

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