Racconti dalla Puglia abbandonata – L’identità rurale di Villa Ilderis

Un latifondo, sterminate distese di alberi, viali di pini e, al centro della proprietà, un grande edificio settecentesco.

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Quando pensiamo alle antiche tenute rurali dei grandi proprietari terrieri del passato ci immaginiamo lunghi viali, sterminate distese di campi e, al centro della proprietà, la grande casa padronale. Tra gli svariati esempi che troviamo in provincia di Bari, ne esiste uno particolarmente significativo esiste: stiamo parlando di Villa Ilderis, situata a Terlizzi presso la via Appia-Traiana, nelle vicinanze del borgo di Sovereto.

 La struttura fu fatta costruire dalla famiglia omonima, gli Ilderis, originari della Boemia e stabilitisi nel Sud Italia fin dall’XI secolo. Gli stessi risiedevano a Bitonto e, nel corso degli anni, accumularono ingenti ricchezze e proprietà agricole. I soli terreni che circondavano Villa Ilderis ammontavano a 271 vigne, unità di misura locale che corrisponde a circa 5000 metri quadrati: facendo un semplice calcolo, ad oggi corrisponderebbero a circa 135 ettari. Agli inizi del Novecento, questo feudo dava lavoro a ben 182 braccianti.

La Villa era situata al centro della proprietà, e vi si accedeva tramite tre viali, della lunghezza di circa 300 metri, originariamente abbelliti dalla presenza di filari di alberi di pino, dei quali oggi si conservano solo 4 esemplari. Nel punto in cui i tre viali si congiungevano, si apre un grande piazzale semicircolare, sul quale fa bella mostra di sé la facciata della Villa. Essa fu costruita nella prima metà del Settecento nel luogo in cui una precedente struttura, di pertinenza della commenda di Sovereto, era servita come luogo di ristoro per i cavalieri diretti in Terrasanta. In tempi più recenti, precisamente intorno al 1848, la Villa rappresentò il rifugio dei liberali: lo stesso Giovanni Antonio Ilderis, uno degli ultimi esponenti del casato, aveva abbracciato le idee progressiste. Scoperto dalle autorità borboniche, venne esiliato e la dimora venne, irrimediabilmente, abbandonata.

La struttura si sviluppa su quattro livelli: il seminterrato, dove si conservavano le botti di vino; il piano terra, che comprende la cappella, alcuni ambienti di rappresentanza e le cucine; il primo piano, dove si sviluppa l’abitazione vera e propria, col salone e le camere da letto; il secondo piano, oggi irraggiungibile a causa dei crolli, che rappresentava verosimilmente l’abitazione della servitù. Alle spalle dell’edificio principale si trova un’altra struttura, forse più recente, destinata a deposito e alla produzione agricola.

La cappella è il primo ambiente del piano terra sulla sinistra: della struttura originaria rimangono solo alcuni dettagli, come le decorazioni in stucco sul soffitto e una cornice sul trafugato altare principale che doveva contenere una tela a tema sacro. Dalla cappella si accede agli altri ambienti del piano terra, tutti decorati da affreschi, consumati dai vandali e dal tempo. In particolare, si notano con chiarezza due cicli di affreschi, uno più antico, probabilmente coevo alla costruzione della struttura, e uno più recente, eseguito al di sopra dei precedenti affreschi, che per la regolarità delle forme sembra ottocentesco. Tutte queste stanze confluiscono nel grande ambiente centrale, dove il degrado è massimo: un incendio ha infatti annerito interamente il secondo ciclo di affreschi, lasciando intravedere in più punti l’integra decorazione settecentesca. Da questo grande ambiente si accede da un lato all’ala destra dell’edificio dove, come detto, si trovano le cucine, e dall’altro al seminterrato, dove, inspiegabilmente, si trova la carcassa di un’automobile.

Per accedere al primo piano della struttura erano originariamente presenti due rampe di scale: una esterna, costituita a sua volta da due rampe, oggi a rischio crollo, e una interna a chiocciola, molto caratteristica, che si interrompe, però, al primo piano a causa di un crollo.

Al primo piano troviamo il grande salone di rappresentanza: anche qui sono chiaramente distinguibili le due diverse tipologie di affresco, e ciò che spicca è la particolare colorazione blu. Sul lato frontale troviamo il ballatoio della scala esterna; sul retro della struttura, invece, un loggiato che apre lo sguardo sulla campagna circostante. A riscaldare l’ambiente c’era, originariamente, un grande camino, anch’esso trafugato.

Il salone si trova al centro di due appartamenti simmetrici, che constano della camera da letto, provvista di alcova, di un altro ambiente e di una terrazza. Solo l’appartamento a destra è rimasto quasi totalmente integro; al contrario, quello di sinistra è in parte crollato a causa del cedimento di parte del secondo piano. Un elemento che è rimasto pressoché inalterato è la lunga infilata delle stanze che culmina, all’orizzonte, con i due alberi di pino del viale d’accesso laterale.

Con questo quadro pittoresco si conclude la nostra visita a Villa Ilderis che rimane, nonostante il degrado e le razzie che l’hanno segnata in tutti questi secoli, uno degli esempi migliori del nostro passato rurale.

Giuseppe Mennea

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