I riti della settimana santa nella liturgia bizantina

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Onorati riceviamo e pubblichiamo la riflessione relativa alla Liturgia della Settimana Santa di rito bizantino del

Prof. Antonio Calisi.

L’autore è Diacono della Chiesa cattolica di rito bizantino dell’Eparchia di Lungro (CS) degli Italo-albanesi dell’Italia continentale.
Con sua moglie, Magda Pacillo, risiede a Bari, dove insegna Religione Cattolica al Liceo Classico Statale “Socrate”. Giornalista, iscritto all’ordine dei pubblicisti della Regione Puglia, è direttore editorialista de “Il Messaggero Italiano”. Ha conseguito il Dottorato in Sacra Teologia e la laurea in Scienze Storico-Religiose presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Maestro iconografo, dipinge icone secondo la tradizione bizantina che ha appreso dai suoi numerosi viaggi nei diversi monasteri di Russia, Romania, Grecia e Monte Athos.

Numerose sono le sue pubblicazioni riguardanti argomenti di storia, spiritualità, patristica e liturgia del mondo bizantino.
Nella liturgia del sabato di Lazzaro e nella domenica delle Palme, già si percepisce quello che ben presto la Chiesa si prepara a celebrare in maniera unica e irripetibile: la passione volontaria di Gesù, la sua discesa agli Inferi, il riposo del sabato e la mirabile Resurrezione al terzo giorno.

Sarà un crescendo di avvenimenti, un realizzarsi di profezie che portano a compimento un tempo che si manifesta salvifico per tutti gli uomini.
Nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì Santo la chiesa pone davanti agli occhi del cristiano l’imminente giudizio divino; il credente è invitato a portare frutto.
La celebrazione detta “Ufficio dello Sposo” introduce il tema della vigilanza perché lo Sposo viene “nel mezzo della notte”.
La nostra attesa non deve essere impreparata. Nel buio della chiesa, le lampade della processione portano solennemente l’icona di Cristo Sposo da contemplare come “Il più bello tra i figli degli uomini” divenuto per sua volontà peccato, ricoperto delle colpe dell’uomo decaduto.
Il soggetto della liturgia è quella della parabola delle dieci vergini che vanno incontro allo Sposo con l’olio della fede che alimenta le lampade accese la condanna di quelli che si lasciano intorpidire dal peccato: “Bada, anima mia, di non lasciarti prendere dal sonno, per non essere consegnata la morte”.
Attraverso l’immagine della donna peccatrice che offre Gesù il suo unguento, la penitenza ristabilisce lo splendore al nostro cuore, il datore di luce invitando inviandoci il suo Spirito, ricrea quanto la disobbedienza ha distrutto.
Il processo di conversione della donna, inizia a percepire nel suo cuore la divinità di Gesù, il suo potere di guarire e la sua forza di perdonare salva.
Il gesto di ungere i piedi immacolati del Signore manifesta il suo grande amore per lui che gli assicura il perdono dei suoi molti peccati.
La Liturgia invita i fedeli a imitarla, volgendo la loro vita verso di lui offrendogli il profumo delle buone opere baciando quei santi piedi che ci stanno accompagnando alla salvezza.

Nel grande e Santo giovedì, si commemora la lavanda dei piedi, l’ultima cena, la preghiera di Gesù nell’orto e il tradimento di Giuda.
I testi delle ufficiature richiamano la condanna di Giuda traditore mettendo in guardia il cuore di qualunque cristiano di fronte all’eventualità di tradire il Signore. Nel grande e Santo Venerdì la comunità dei credenti prega ai piedi della croce.
Nulla deve essere dimenticato riguardo Colui che volontariamente si consegna e accetta le derisioni, le sofferenze, le crudeltà, il sangue, il dolore la morte sulla croce, per la remissione dei nostri peccati e per la nostra salvezza.
Il credente, attraverso i racconti evangelici, viene condotto a prendere consapevolezza del valore della sua redenzione.
Nel grande e Santo Sabato festeggiamo la sepoltura del corpo divino di Cristo e la discesa nell’Ade del Signore, Dio e Salvatore Nostro Gesù Cristo, per cui genere umano è stato richiamato dalla corruzione condotto alla vita eterna. Nel grande Sabato del riposo, il Verbo uguale al Padre nella divinità nella potenza, viene annoverato tra i morti; gli inferi, vedendolo trema, perché il chirografo della condanna di Adamo è stato definitivamente stracciato dalla morte in croce del Signore della gloria. Adamo viene sciolto dalle catene e richiamato da Dio per la definitiva salvezza.

La liturgia ha due momenti significativi: nella celebrazione del mattino, anticipata alla sera del venerdì, si veglia presso la tomba dello Sposo e si celebra l’Eucaristia come primo annuncio della Pasqua e della memoria del battesimo. Ci si accosta al sepolcro, preparata al centro della chiesa con la consapevolezza che la vita dorma e nella memoria riemerge la grande promessa: “Dopo tre giorni, il Figlio dell’uomo, risorgerà”.
La realizzazione di quella parola sta per manifestarsi sebbene ai loro occhi, come anche ai nostri, sia incancellabile la scena della cruda passione della sua straziante morte.
La fretta di avvolgerlo in una sindone nuova e di riporlo in fretta in un sepolcro, perché era incombente la festa di Pasqua, ormai si sta rivelando completamente superata. L’antica celebrazione che ripeteva ogni anno in ricordo della liberazione dell’Egitto è ormai superata da quella definitiva eterna: “Felice sepolcro! Accogliendo nel tuo seno il Creatore come dormiente, ti sei rivelato tesoro divino della vita per la salvezza di noi che cantiamo: O Dio, che ci hai riscattato, sii tu Benedetto ” (III Tropario dell’Ode VII e Katavasia).

Al Vespro si celebra anche la divina liturgia di San Basilio. Nella Liturgia in cui si celebravano i battesimi, al posto dell’alleluia c’è un rito molto suggestivo in cui si canta il versetto tratto dal Salmo 81: “Sorgi, o Dio, giudica la terra, perché tu avrai eredità in tutte le genti” mentre celebrante spande fiori e foglie di alloro sulla assemblea.
La luce e l’incenso riempiono la chiesa mentre le campane suonano a festa: è il primo annuncio della Resurrezione che sta per essere proclamato. In questa liturgia della Pasqua piena di gioia ci si accosta i sacramenti per gustare il pane spezzato del risorto e bere al calice del nuovo Regno riempito dal sangue e dall’acqua del suo costato trafitto.
La grande e Santa Domenica di Pasqua si celebra la resurrezione vivificante del Signore.
Dopo l’ufficio notturno si spengono le luci della chiesa, il celebrante accende il suo cero dalla lampada perenne e tutti vanno presso di lui ad accendere la loro candela, mentre si canta: “Venite, prendete la luce dalla luce che non ha tramonto è glorificato il Cristo, risorto dai morti”
Una meravigliosa processione lascia la chiesa e dov’è possibile, avendo fatto tre giri intorno ad esso, si ferma sul sagrato; rivolti verso Oriente, si proclama solennemente le Vangelo della Resurrezione da parte di chi presiede.
Il profumo dell’incenso, al suono delle campane, sintonia l’inno pasquale che si ripeterà l’infinito in tutte le officiato: “Cristo è risorto dai morti, con la sua morte ha sconfitto la morte e a coloro che giacevano nei sepolcri ha dato la vita”.
Dopo una solenne preghiera diaconale ci si avvicina davanti al portone della chiesa e il presidente con una croce bussa intercalando per tre volte, salmo 23.
Le porte della chiesa si spalancano e tutto il popolo entra con le luci al canto del canone di Pasqua: “È il giorno della resurrezione! Risplendiamo di luce, o popoli. È Pasqua del Signore, Pasqua! Cristo Dio nostro, ha trasferito dalla morte alla vita, dalla terra al cielo, noi che cantiamo l’inno della Vittoria!”    Due momenti sono significativi in questo singolare mattutino: il bacio dell’icona della Resurrezione e l’abbraccio di pace che tutto il popolo si scambia con il saluto del “Cristo è il risorto!” e a cui si risponde: ” È veramente risorto!”.

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