La riflessione sul rapporto tra Fede e Bellezza — titolo che riprendiamo senza dissidi da Nicolò Tommaseo — è un tema che il pensiero cristiano discute fin dal II secolo, quando San Giustino apologeta, Origene e, successivamente, Sant’Agostino ne furono i primi interpreti. Il dibattito conobbe poi una stagione particolarmente fervida durante il Rinascimento e il Barocco. Negli ultimi tre secoli, ed in particolare, in dalla preparazione della Rivoluzione Francese, tuttavia, è capitato spesso nelle mani di chi, con pochi scrupoli, mosso più dal sentito dire che da una reale conoscenza della tradizione, ha voluto innovare senza i necessari fondamenti, introducendo nel discorso elementi spuri e sincretici. In alcuni casi estremi, questo ha condotto al paradosso di sistemi iconologici e architetture che si dicono cristiane ma sono prive di Cristo, arricchite all’opposto da simbologie esoteriche, rese nel tempo sempre meno occulte. Come ci insegnano molti studi recenti, a definire il tema possono essere soprattutto gli artisti che oggi più che mai sono chiamati non solo ad essere esecutori dell’arte ma anche teorici, realizzando con le loro opere manifesti chiari dei fondamenti della propria Fede. La riflessione si esprime con i mezzi del nostro tempo: non solo libri, ma anche interviste, podcast, documentari televisivi, grazie ai quali il pubblico ha la possibilità di comprendere, approfondire e disvelare i falsi veli delle “bugiarde pronube”.
Vi è un filo che lega, in modo quasi provvidenziale, la matita rossa di un nuovo programma televisivo al pennello che ha ritratto due Pontefici: ed è il filo della via pulchritudinis, quella bellezza che, secondo Benedetto XVI, “ferisce” il cuore e lo apre alla trascendenza. Rodolfo Papa, pittore, scultore e teorico dell’arte sacra, Accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia dei Virtuosi al Pantheon, incarna oggi, con singolare continuità, questa duplice vocazione: divulgatore e testimone.
Da sabato 13 giugno, in chiusura di “A Sua Immagine” su Rai Uno alle 16.40, e fino al 19 settembre, il prof. Rodolfo Papa conduce “In punta di matita“, per la regia di Alessandra Peralta e Giancarlo Ronchi: quindici settimane, cinque minuti a episodio, un autentico “matita express” che con la sanguigna disegna dal vivo Milano, Firenze e Napoli, intrecciando capolavori noti — il Cenacolo vinciano, il Battistero fiorentino, il Pio Monte caravaggesco — a tesori meno noti come Santa Maria presso San Satiro o il Beato Angelico a San Marco.
Ma è nell’arte sacra che la sua riflessione raggiunge la maggiore densità teologica. Autore dei ritratti di Benedetto XVI per la Cattedrale di Sulmona — la “Barca della Chiesa” guidata dal Pontefice teologo, dipinta nella luce di mezzogiorno a consolare un Abruzzo ferito dal sisma — e dell’intera decorazione di Bojano, Rodolfo Papa ha meditato a lungo sull’eredità che il Sommo Pontefice Benedetto XVI enunciò nella Cappella Sistina nel 2009: la bellezza autentica come dardo che “ferisce” e risveglia, non estetismo ma epifania della Gloria divina, secondo la lezione di Agostino e von Balthasar.
La sua serie dedicata alle figure femminili proclamate Dottori della Chiesa e Patrone d’Europa — Ildegarda di Bingen, meditata attraverso le catechesi di Papa Benedetto XVI del 2010, e Teresa Teresina del Bambin Gesù — nata dai convegni della Pontificia Università Urbaniana, e il ritratto di Leone XIV scelto per il mosaico della galleria dei papi a San Paolo Fuori le Mura, confermano una poetica fedele al principio di papa Stefano I: “Nihil innovetur, nisi quod traditum est“. Vi si innesta oggi il tema della Torre di Babele, caro a Papa da oltre trent’anni e ripreso dalla recente enciclica leonina Magnifica Humanitas: scegliere tra Babele e Gerusalemme, tra caos e edificazione. Anche nel piccolo schermo, dunque, l’artista non smette di insegnare a vedere.
Carlo Coppola










