Da Japigia Teatro al Teatro Petruzzelli sono solo 7 min in auto senza traffico 5.64 km. Di mezzo ci sono trent’anni di carriera e una crescita costante, una prima e una seconda giovinezza artistica. Così come dal Premio Scenario al Premio Ubu anche quel passo sembra breve, fino — auguriamo — a riconoscimenti ed encomi per la regia dell’opera lirica.
Mariano Dammacco è un regista-demiurgo: uno di quelli, sempre più rari sulla scena artistica italiana, capace di ipnotizzare e dissertare su un autentico piano di regia, in grado di persuadere e dirigere dalle loro convinzioni, senza retorica, critici, attori e collaboratori. I professionisti della regia di quella schiatta sono ancora capaci di guardare da dentro e da fuori le opere, di conoscere i propri personaggi, di comporre dal nulla e riscrivere la materia già formata, plasmare e ricomporre. Dammacco — e per fortuna non è il solo — ci ha insegnato, negli ultimi trent’anni, che il teatro — quello lirico è di ciò la massima espressione — o è arte totale o non è. La sua è un’arte onesta, artigianato, bottega dell’immateriale, è allo stesso tempo materia allo stato puro: scene, costumi, azioni concrete, psicologia dei personaggi, cavi e impianti elettrici, tessuti, illuminotecnica, attrezzistica.
Da Carmelo Bene a Peter Brook, alla misura dell’amore per Leo de Bernardinis — gente che la maggior parte dei teatranti di oggi non sa neppure chi siano — ,dalla filosofia orientale a Nekrosius, a Kantor, a Brecht, attraversando finanche Vecchioni e Nietzsche e Santa Teresa d’Avila e San Giuseppe Desa da Copertino e Pina Bausch: li conosce tutti, li ha già metabolizzati. Con tutti ha preso, metaforicamente, una birra od altro, con qualcuno anche un caffè, con altri ha cenato a pani e rose; è sceso nell’Ade come Orfeo senza Euridice, senza “le mazzate”, senza “le mani in faccia a Pasifae” o con i piedi nei vasi, come Asterione. Da Sonia la Rossa ai Dialoghi con le piante, rigore e metodo, ha dimostrato da sempre — da quando aveva vent’anni — che anche quando il teatro apparentemente è monologante, è sempre fatto da un insieme di persone di situazioni, che vivono, collaborano, entrano in relazione tra loro e con la scena. Tante vite in dialogo: con l’affitto da pagare, con qualcuno che ogni tanto “abbandona la lotta”, e altri che perseguono la “direzione ostinata e contraria” (cit). “A Dammacco” lo hanno salvato sempre in tanti: un costante filo di Arianna, con l’arte come propria coscienza, sorvolando il mondo come Antoine de Saint-Exupéry o meglio come il tenente Suglia, “primo sorvolatore” di Bari.

Il compositore Franco Casavola (1891 – 1955)
Non è un caso che approdi oggi — per geniale/fortuita intuizione della Direzione del Teatro Petruzzelli e di altri illuminati intellettuali baresi — alla regia di un’opera di Franco Casavola, complesso, difficile, sconosciuto, scontroso, amato, disamorante. Il Casavola del Gobbo del Califfo è forse quello più sperimentale, citazionista innamorato dei tormentoni dei classici, il più orientalista, quello che non vuole essere cerebrale, il “perso per Bari”, il più schietto: quello che aveva rinunciato agli agi familiari e alla carriera avvocatizia già scritta per scegliere una vita di libertà in relazioni scelte da lui stesso, il fascista di giornata (forse), ma capace di adorare anche “quella giornata”e gli spazi di libertà, ossimorici, che quella gli offriva, provando “financo a morir soldato” .
Dammacco nella sua libertà assomiglia a quel Casavola. Ha scelto personalità visionarie ma concrete in grado di esaltare il suo genio, il suo progetto: la costumista Franca Squarciapino — Oscar, Goya, César, BAFTA e tre Nastri d’argento —; Angelo Linsalata, set e lighting designer, autentico figlio di Efesto, capace di costruire e far costruire, la luce e la scena con la cura di Appia o di Gordon Craig; Luigi Spezzacatene, antico compagno delle prime scorribande nella lirica, che oggi dirige e sovrintende, con garbo e meticolosità riconosciuta da anni, la sartoria del Petruzzelli; e non ultimo Gianluca Altomare, assistente alla regia fortemente voluto, già direttore di palco, dalla formazione pianistica, che conoscendo alla frazione di secondo ogni pausa e ogni attacco dell’orchestra, dei cantanti, del coro, i movimenti di tecnici, macchinisti, attrezzisti, elettricisti e fonici, risulta indispensabile a chi conosce la lirica senza leggere lo spartito.
Sarà un piacere con queste premesse assistere finalmente ad una esibizione di Arte Totale, in quello spirito di perennità Futurista e tornare a sognare Bayreuth.
Il lavoro dell’orchestra, dei cantanti, del coro, la direzione del m° Matteo Del Maso e il risultato di tutti i reparti — compresa l’introduzione di Giordano Bruno Guerri — li racconteremo, invece, dopo aver assisto alla replica/rito di sabato 23 maggio, grazie all’ineffabile aiuto dell’ufficio stampa del Teatro Petruzzelli diretto da Monica Sbisà e alle fotografie immagini incredibili di Clarissa La Polla che ci regalano con foto e comunicati la misura del plausibile.
Carlo Coppola










