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In foto il tenore Tigran Melkonyan
La Traviata non è semplicemente uno spettacolo: è un rito collettivo, un’esperienza condivisa che coinvolge il pubblico come custode di una memoria musicale stratificata nel tempo. In Italia, nessun’altra opera verdiana — forse nessun altra opera in generale — suscita un senso di appartenenza così profondo, e il Teatro Petruzzelli — luogo capace di amplificare il valore para liturgico della rappresentazione nella sua complessa ritualità — si conferma spazio ideale per accoglierla.
La recita del 19 aprile, sold out come tutte le repliche, non ha deluso le attese. L’allestimento, nato nel 2016 per il Teatro dell’Opera di Roma, mantiene intatta la sua forza vivificante, visiva e simbolica. La regia di Sofia Coppola, ripresa da Marina Bianchi, si distingue per eleganza e coerenza drammaturgica, evitando ogni estetismo fine a sé stesso. Le scene di Nathan Crowley, con la collaborazione di Leila Fteita, sospese tra realtà e sogno, e le luci di Vinicio Cheli creano atmosfere di intensa suggestione pittorica, mentre i costumi di Valentino, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, accompagnano il progressivo deterioramento di ciascun personaggio sino alla dolente catarsi finale.
È necessario chiarire un punto decisivo: La Traviata sottopone i suoi interpreti a una prova particolarmente dura: chi è in sala porta con sé una memoria musicale stratificata, fatta di registrazioni celebri, esecuzioni ascoltate nel tempo, perfino versioni bandistiche o semplificate. Molti spettatori conoscono l’opera quasi a memoria, ma in forme diverse, spesso inconsce e non sempre fedeli alla partitura. Di conseguenza, ogni momento iconico attiva automaticamente un confronto interiore con modelli ideali sedimentati nell’ascolto. È un paragone involontario, quasi inevitabile, che pone il cantante e l’orchestra in una condizione paradossale: non si misura solo con la musica scritta e con le difficoltà tecniche e logistiche, ma anche con un patrimonio di “fantasmi sonori” che abitano la mente del pubblico.
Sul piano musicale, la direzione dello spagnolo Jordi Bernàcer privilegia misura e trasparenza, puntando su una malinconia trattenuta e la dilatazione del tempo per aumentare l’effetto di godimento e l’immedesimazione anche da parte del pubblico. L’orchestra e il coro, preparato da Marco Medved, offrono una prova coesa e raffinata.
Il cast si dimostra solido: Diana Alexe costruisce una Violetta intensa e tecnicamente sicura, capace di attraversare con coerenza drammatica i molteplici stati d’animo del personaggio. Min Kim offre un Giorgio Germont autorevole e sfumato, lontano da ogni rigidità retorica: il baritono coreano restituisce la complessità morale del personaggio con un fraseggio misurato e una presenza scenica che non schiaccia, ma dialoga, lasciando sempre spazio all’altro.
Ma è su Tigran Melkonyan, nel ruolo di Alfredo Germont, che la serata ha trovato il suo momento di grazia più memorabile e autentica. Il tenore armeno — la cui formazione porta in sé il retaggio di un timbro caucasico fatto di calore scuro e vellutato nel registro centrale, plasmato e affinato poi dalla disciplina della scuola italiana fino a conquistare slanci squillanti e luminosi nell’acuto — ha dimostrato una maturità interpretativa che va ben oltre la pura qualità timbrica, già di per sé notevole.
Nel primo atto, il cantante ha evitato ogni effetto superficiale per mettere in luce un Alfredo autentico: giovane, impulsivo, ancora capace di credere in un amore assoluto. La performance è risultata generosa e mai ostentata, ben controllata nella tecnica e ricca di sfumature dinamiche non comuni. Nel secondo atto e nel finale ha mostrato qualità ancora più mature: padronanza della frase lunga senza perdere tensione espressiva e grande attenzione al testo, trattando ogni parola come elemento decisivo della scena. Ne è emersa l’interpretazione consapevole che Alfredo non è solo una voce, ma un personaggio fragile e contraddittorio, capace di ferire per debolezza. L’interprete ha saputo crederci fino in fondo, trasmettendo al pubblico un’energia rara, quella che distingue una mirabile esecuzione da una soltanto corretta o compitesca.
Il lungo applauso finale per tutto il cast e per l’orchestra ha sancito non solo il successo della serata, ma il rispetto di un’eredità condivisa: eseguire La Traviata con consapevolezza e misura significa onorare una tradizione viva, difficile ma viva. Il Petruzzelli lo ha fatto, con stile.










