Esistono storie che non solo raccontano una vita, ma riescono a dare voce a luoghi che credevamo muti. È il caso dell’opera di Vincenzo D’Acquaviva, “Il morso del cancro: dall’infanzia in collegio…alla guarigione”. Non è solo un’autobiografia, ma un viaggio catartico che attraversa i traumi del passato per approdare a una nuova, straordinaria consapevolezza.
Un tuffo nel cuore misterioso di Bari La narrazione affonda le radici nel quartiere Carrassi, all’ombra della Chiesa Russa, un monumento che per decenni è stato percepito dai baresi come un luogo strano e misterioso. Proprio qui, nell’edificio che un tempo era la “Casa del Pellegrino”, ha operato fino al 1979 l’Istituto Michele Diana, un collegio per l’infanzia abbandonata che ha segnato profondamente la vita dell’autore. D’Acquaviva rompe il silenzio su quegli anni di disciplina ferrea e solitudine, riportando alla luce fatti avvolti nell’oblio della storia e restituendo al lettore l’atmosfera di un’epoca dimenticata.
I due “morsi” che cambiano tutto Il libro si snoda attorno a due eventi cruciali, definiti simbolicamente come “morsi”. Il primo è il morso di un cane, un trauma infantile improvviso che ha segnato il carattere dell’autore a soli cinque anni. Il secondo, ancora più profondo, è il morso del cancro, il “male del secolo” scoperto nel 2015.
Quella che potrebbe sembrare una storia di sola sofferenza si trasforma, nelle mani di D’Acquaviva, in una lezione di resilienza. L’autore compie un atto di coraggio immenso, collocandosi in quella schiera di sopravvissuti per i quali la memoria non è solo un ricordo, ma un “obbligo morale e civile”.
Dalla malattia alla gratitudine Ciò che rende questo testo un acquisto imprescindibile è la prospettiva inedita sulla malattia. Vincenzo D’Acquaviva arriva a definire il cancro come un “fatto positivo”: un evento che lo ha costretto a fermarsi, a passare in rassegna i momenti significativi della propria esistenza e a riscoprire il valore della vita con animo sereno. È un inno alla tenacia che abbraccia l’emigrazione, il servizio militare e la riscoperta degli studi, dimostrando che il dolore più grande può condurre alla gratitudine.
Perché leggerlo? Il simbolo del “morso” diventa l’essenza stessa dell’esistenza: la vita può strapparci improvvisamente un pezzo di carne, facendoci soffrire, ma è proprio in quel dolore che si risveglia il senso più pieno del nostro stare al mondo.
“Il morso del cancro” è uno scrigno di affetti e ricordi, un atto di generosità scritto con l’unico scopo di aiutare gli altri. Se cercate una lettura che vi faccia riflettere sul potere della scienza, della natura e, soprattutto, della forza d’animo, questo libro è per voi. Un’opera che merita di essere letta, meditata e tenuta sul comodino come promemoria di quanto sia prezioso ogni nostro “transito terrestre”.
Salvatore Schirone










