ROMA – Ci sono diplomatici che rappresentano un Paese e diplomatici che lo incarnano. S.E. Vladimir Karapetyan, ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica d’Armenia in Italia, appartiene alla seconda categoria. Lo conferma il Premio speciale per la pace consegnatogli a Palazzo Valentini, nell’Aula Consiliare Giorgio Fregosi, sede della Città metropolitana di Roma Capitale, davanti a rappresentanti delle istituzioni, del corpo diplomatico accreditato presso il Quirinale e la Santa Sede, del mondo accademico e della società civile.
Chi lo frequenta ne riconosce subito i tratti: una cortesia mai di maniera, la pacatezza di chi ascolta prima di parlare, una fermezza che non alza la voce perché non ne ha bisogno. Qualità che, in tempi di diplomazia urlata, valgono più di un trattato. Dal suo arrivo a Roma, incontri istituzionali, iniziative culturali e progetti di cooperazione si sono fatti un’unica trama, tesa a rinsaldare l’antica amicizia tra Italia e Armenia nel segno del rispetto delle identità. Solo poche settimane fa Sua Eccellenza l’Ambasciatore ha incontrato un gruppo di studenti della LUISS in visita alla sede diplomatica armena a Roma.
Nel ricevere il riconoscimento ha scelto la sobrietà: «La pace non è soltanto un semplice auspicio, ma una responsabilità concreta che richiede memoria, ascolto e impegno costante per costruire ponti tra le culture e le nazioni». Parole che gli somigliano, perché non promettono: impegnano. Ha poi richiamato la memoria del popolo armeno, custode di una tradizione millenaria che ha fatto del dolore testimonianza di riscatto e di civiltà, indicando nella diplomazia culturale la via maestra per superare le fratture ideologiche.
Sta qui il segreto della sua autorevolezza: Karapetyan non è l’uomo dei proclami ma dei ponti, che costruisce con pazienza, pietra su pietra, con la discrezione di chi preferisce i fatti ai riflettori e la convinzione che la stima personale sia la prima forma di pace. In un’epoca che diffida delle parole, il suo esempio ricorda che la diplomazia, quando è abitata da una persona di tale levatura, torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un servizio all’umanità.
Carlo Coppola








