Venezia – Quando nei giorni scorsi la first lady armena Anna Hakobyan si è tolta le scarpe e, con leggerezza, ha salito i gradini posando una rosa sulla lastra tombale di Mekhitar di Sebaste, primo abate e fondatore nel monastero di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, quel gesto ha assunto il peso di una promessa, riaffermata non sono da un gesto di genuflessione laica, ma anche scendendo i gradini della cappella di spalle, per non mancare di rispetto, come normalmente fanno gli armeni nelle chiese. Un omaggio ad uno dei grandi artefici della rinascita culturale armena del XVIII secolo, e allo stesso tempo un dialogo simbolico tra passato e presente, tra eredità spirituale e responsabilità contemporanea. Era il 7 febbraio, 340° anniversario della nascita di Mekhitar, nome che in armeno significa “Consolatore”, e come tale deve essere stato inteso nell’immaginario dalla moglie del Primo Ministro. Ma per consigliare e consolare si deve anche scuotere e sollecitare.
La visita della moglie del Primo Ministro della Repubblica d’Armenia all’isola veneziana è stata senza dubbio un momento di riflessione pubblica, condivisa attraverso un lungo intervento sui social in cui la Hakobyan ha intrecciato memoria storica, impegno personale e un appello diretto ai cittadini armeni.
Nel suo messaggio, pubblicato su Facebook, Anna Hakobyan racconta di aver chiesto all’abate armeno di trasmettere saggezza a lei e al suo popolo. Ma si spinge oltre, immaginando un futuro incontro ultraterreno in cui, come nel Somnium Scipionis di ciceroniana memoria, Mekhitar potrebbe ricordarle, con severità, che la via della conoscenza è stata indicata da secoli – per gli armeni e non solo – , ma che troppo spesso l’umanità si lascia distrarre da ambizione, superficialità e inerzia.
Un monito che diventa autoriflessione collettiva: non basta venerare i maestri del passato, occorre mettere in pratica il loro insegnamento.
Questo richiamo si inserisce in un impegno più ampio, che la Hakobyan porta avanti da tempo attraverso il movimento “L’istruzione è di moda“. Al centro della sua battaglia culturale c’è oggi una campagna tanto semplice quanto controversa: “un mese = un libro letto”.
L’iniziativa ha scatenato un acceso dibattito in Armenia. Parte dell’opinione pubblica la accusa di essere irrealistica o elitaria, soprattutto quando a proporla è una donna, una madre, una figura pubblica. Hakobyan risponde a queste critiche senza mezzi termini: la lettura non è un lusso, ma una forma di responsabilità civica. Non disconnette dalla realtà, ma aiuta a comprenderla e affrontarla.
Rivolgendosi alle oltre 15.000 persone che hanno aderito al movimento, chiede un sostegno attivo e immediato. Nessuna delle sue iniziative precedenti, scrive, ha incontrato una resistenza così forte. Ma è proprio per questo che l’obiettivo diventa ancora più urgente: creare un effetto moltiplicatore che coinvolga centinaia di migliaia, fino a milioni di cittadini, indipendentemente dal genere letterario scelto.
Come spesso accade in un clima politico polarizzato, le polemiche e le strumentalizzazioni sono sempre in agguato. La visita di Anna Hakobyan a San Lazzaro degli Armeni non è sfuggita alle critiche degli avversari interni di Pashinyan, che non perdono occasione per mettere in luce quelle che considerano aporie ed estemporaneità nei gesti della moglie del Primo Ministro armeno.
Tra le voci più insidiose vi sono quelle mosse dalla gelosia di chi pretende di sollevare dubbi sulla fedeltà della signora Hakobyan e del marito alla Chiesa Apostolica Armena. Un attacco che assume contorni tanto più strumentali se si considera che la visita a un centro spirituale e culturale armeno dovrebbe rappresentare un motivo di orgoglio nazionale, non di divisione.
Eppure, anche un gesto di profondo rispetto culturale viene utilizzato come arma nel dibattito politico interno, testimoniando quanto sia difficile, nell’Armenia contemporanea, separare la promozione della cultura dalla battaglia politica quotidiana.
In questo contesto, San Lazzaro degli Armeni assume un significato che trascende la commemorazione. L’isola, affidata ai Mekhitaristi nel 1717, è da secoli un centro di studio, editoria e conservazione della lingua e della cultura armena. Un luogo in cui il sapere è stato preservato, trasmesso, difeso.
La visita di Anna Hakobyan e il suo messaggio pubblico riaffermano il ruolo di questo luogo come simbolo concreto di una cultura che resiste attraverso il baluardo della conoscenza. Il dialogo ideale con Mekhitar di Sebaste si traduce così in una domanda rivolta all’Armenia di oggi: se la strada è stata indicata da secoli, la società contemporanea armena – e non solo – è davvero disposta a percorrerla o preferisce avvinghiarsi a paradigmi tradizionali ormai corrotti e oltraggiati proprio da coloro che affermano, per diritti/dovere divino, di essere gli unici deputati a difenderli?
Carlo Coppola









