Il gatto nell’antica Roma

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Nell’antica Roma il gatto arrivò più tardi rispetto alla Grecia, dove non erano impiegati come animali né da compagnia né da lavoro; tuttavia, negli scavi archeologici dell’area etrusca sono state rinvenute piccole statuette in pietra raffiguranti dei felini.

In latino il gatto selvatico veniva detto Felis, da cui sono derivati termini come felino e felide. Solo dal IV sec. d.C. comparve Cattus, lemma di origine africana o celto-germanica, che negli idiomi moderni viene variamente riprodotto, ad esempio nel francese chat, l’inglese cat, nel tedesco Katze e l’italiano gatto.
Essi, in un primo momento, adoperavano carnivori come la donnola, la faina e la martora al fine di ridurre la presenza dilagante di topi; presto, però, conobbero i mici e li apprezzarono durante delle campagne di conquista, accorgendosi della loro più rapida e semplice addomesticabilità, oltre che facilità per l’animale di affezionarsi ai suoi proprietari. Non a caso tracce della presenza di tali mammiferi sono state rilevate in tutte le regioni annesse al dominio romano.
Questa creatura, ritenuta magica e di frequente paragonata alla sfinge per la sua indole segreta e misteriosa e la sensibilità verso i fenomeni magnetici ed elettrici, era tra gli animali preferiti dalle ricche matrone che, infatti, ne possedevano molteplici, come testimoniano svariati mosaici che li rappresentano; ciononostante negli scavi di Pompei non sono emersi gatti. Tale dato suggerisce che essi avessero captato con anticipo quanto si sarebbe verificato nel 79 d.C., riuscendo ad allontanarsi dall’area e a mettersi in salvo: ipotesi realistica viste le loro accentuate capacità extra-sensoriali, come dimostrato da molti esperimenti scientifici che evidenziano come esso sia in grado di percepire l’imminente morte del padrone, il verificarsi di terremoti, temporali e altri eventi catastrofici prima che abbiano luogo.
Inoltre, i Romani ne apprezzavano così tanto le qualità che nel I sec. d.C. furono introdotte leggi severe tese a tutelarli ed evidenziarne l’utilità contro i roditori. Una conferma della considerazione nutrita verso tale specie si può ricavare dall’iconografia religiosa, giacché la Dea Libertas era spesso raffigurata in compagnia di un micio e, sorprendentemente, erano sacri a Diana, dalla quale si credeva fossero stati conferiti loro poteri magici. La Dea, associata alla Luna, alla femminilità e alla magia, aveva un rapporto agevolato con la natura, gli animali e i boschi; interessante ricordare che ella, per sedurre suo fratello Apollo e concepirvi un figlio, assunse sembianze di gatto. Anche se a Roma non fu mai divinizzato come in Egitto, l’introduzione del culto di Bastet, in seguito associata ad Iside, rafforzò presso i Romani l’idea di sacralità del gatto. In molte citta sorgevano, difatti, templi dedicati, detti Serapeum.Nei templi di Iside i gatti circolavano liberamente, all’interno e nei giardini adiacenti, e la gente recava loro in dono del cibo; delle statue erette all’epoca per tale culto non restano tracce a causa della loro eliminazione ad opera dei Cristiani, nel movimento anti-pagano promosso dai primi imperatori convertitisi.
Su imitazione del costume egizio, le matrone solevano mettere ai gatti collarini preziosi, anelli e pettorine ricamate e decorate.
Plinio il Vecchio elabora una breve descrizione nella “Naturalis Historia“, ammirato dalla loro agilità:
“Anche i gatti in quale silenzioso modo e con che passi furtivi piombano sugli uccelli! Come sanno spiare di nascosto i topi per poi lanciarsi sopra di loro! “
L’avvento del cristianesimo, invece, significò per i gatti una vera calamità, in quanto furono considerati esseri malefici poiché notturni e, per tale aspetto, demoniaci. Il clero, infatti, tacciò i felini, specialmente di color nero, di incarnare una fonte di peccato e di diffondere malefíci a danno dell’umanità, sino ad essere associati alla stregoneria: si pensava che i gatti fossero inviati dal demonio alle streghe per aiutarle nell’esecuzione degli incantesimi.
Papa Gregorio IX (1170-1241) affermò che i gatti neri appartenevano alla stirpe di Satana nella sua bolla papale del 1233, a causa della quale si originò un crudele sterminio di gatti, torturati e arsi vivi, non di rado assieme alle donne che ne erano proprietarie, accusate di stregoneria.
Tale drastica riduzione della presenza di gatti, eccellenti cacciatori di topi, portò a un incontrollato dilagare di questi ultimi, che accrebbe notevolmente le pestilenze, passate alla storia per le milioni di vittime che hanno mietuto.
Al giorno d’oggi, benché in molti amino il gatto come animale da compagnia, valido alleato e sostegno per la pet therapy in caso di traumi e disturbi psico-fisici, persiste una condanna ingiusta che li presenta come una magra imitazione dei cani o, sulla scia della propaganda cristiana dell’epoca, una minaccia per l’uomo, specialmente se si trova dinnanzi un gatto nero che attraversa la strada!
Ci auguriamo che nel giro di qualche decennio cessino le resistenze verso queste creature meravigliose e tutti godano della loro dolcezza e amabilità.
Maria Elide Lovero
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