Un’astronave di cemento nel porto di Napoli: la Casa del Portuale

Breve analisi di un'altra opera di Aldo Loris Rossi

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A guardarla sembra quasi un’astronave, invece è una torre in cemento armato di dieci piani che svetta all’interno del porto di Napoli, nei pressi del vecchio mercato ittico degli anni ’20.

Stiamo parlando della Casa del Portuale, un edificio iconico progettato nel 1968 dall’architetto napoletano Aldo Loris Rossi, di cui abbiamo in un precedente articolo analizzato un altro progetto, quello del complesso di Piazza Grande.

La struttura fu commissionata dalla Compagnia Unica dei Lavoratori Portuali e si può dire che va a tradurre il clima anticonvenzionale dell’epoca in forme architettoniche, rifiutando tutti i canoni allora diffusi. Si può individuare un forte rimando alle teorie dell’architettura organica di Frank Lloyd Wright.

L’edificio, che per le sue dimensioni spicca e ben si distingue sia dal mare che dalla terraferma, si compone di un basamento allungato e di una torre, cui si aggiungono dodici cilindri verticali che formano l’edificio; a questi, poi, aderiscono altri corpi di fabbrica di forme e dimensioni diverse che creano un tutt’uno composito, reso tale quasi esclusivamente dal colore grigio del cemento, più che dalle forme composite.

L’edificio comprendeva al livello inferiore gli uffici e le aree di servizio, poi proseguendo alcune abitazioni e stanze comuni riservate ai portuali e all’ultimo piano un ristorante.

Il pregio della struttura è quello di ricordare, seppure con i dovuti distinguo cronologici, le forme dei futuristi, prese in prestito dalla pittura e dalla scultura e adattate all’architettura. Il contesto in cui sorge -il porto- ci porta a considerare le forme dell’edificio alla luce della realtà quotidiana: è così che le finestre circolari ricordano gli oblò delle imbarcazioni, mentre il grande spigolo vetrato che caratterizza uno dei lati della struttura rimanda alla prua di una nave.

Allo stesso modo, la diversificazione delle forme e dei volumi può essere intesa come simbolo del caos della vita produttiva del porto e, in generale, della vicina area industriale rispetto alla regolarità dell’area abitata.

Oggi questo simbolo del modernismo partenopeo rimane inutilizzato e in condizioni non proprio ottimali, nonostante l’importanza culturale del bene.

Giuseppe Mennea

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