Racconti dalla Puglia abbandonata – La barocca Villa Fiori a Bisceglie

Un edificio che racconta le correnti artistiche settecentesche a cavallo tra Puglia e Campania

  • 0
  • 251 visualizzazioni

Come abbiamo già visto nell’articolo sul Palazzo Trifiletti di Foggia, i legami artistici tra la nostra regione e l’antica capitale del regno, Napoli, erano intensi e spesso portavano gli artisti attivi in Campania dalle nostre parti, al servizio degli stessi casati per cui lavoravano nella città partenopea. Uno degli architetti campani sicuramente più attivi in Puglia nel Settecento fu Domenico Antonio Vaccaro che a Napoli, oltre che di edifici, si occupò di pittura e scultura e fu attivo, tra le altre cose, nel cantiere della celebre Basilica di Santa Chiara. Nella nostra regione, il Vaccaro fu sicuramente attivo dal 1738 al 1745 per il rifacimento del Palazzo Vescovile (o del Seminario) a Bari e per la realizzazione della piazza antistante la Cattedrale a Monopoli.

Nello stesso periodo, lo sviluppo demografico di molte delle città pugliesi portò a una profonda riorganizzazione degli assetti urbani. È il caso di Bisceglie, laddove si rese addirittura necessario demolire e ricostruire le mura in una posizione più arretrata. In questo modo i nuovi spazi vennero occupati dalle nuove abitazioni dei nobili, che contestualmente potenziarono anche le loro residenze extra moenia, lungo il tracciato delle principali arterie (verso Molfetta, Corato e Ruvo). In questo contesto di ampio rinnovamento della città si colloca la realizzazione di Villa Fiori, uno straordinario esempio di barocco che trova pochi concorrenti all’interno del circondario e che ricorda da vicino, invece, proprio le ville del Miglio d’Oro o altri progetti del Vaccaro, come il Palazzo Spinelli di Tarsia a Napoli.

La Villa era, per l’appunto, la residenza estiva della famiglia Fiori, originaria proprio della Campania, che risiedeva nei pressi delle mura di Ponente nella città di Bisceglie in un ampio edificio che poi, acquistato successivamente dai Manes, fu inglobato nell’omonimo palazzo. La particolarità dell’edificio era quella di essere destinato esclusivamente alla villeggiatura e al diletto della famiglia, cioè erano del tutto assenti locali destinati alla pratica agricola, possedendo i Fiori altri poderi specificamente agricoli poco lontano dalla Villa.

La struttura, oggi inglobata tra edifici del primo Novecento, si articola su tre livelli: un piano terra, il piano nobile e un ulteriore livello. L’elemento distintivo è la scala a doppia rampa semicircolare che conduce a un’ampia terrazza su cui si affaccia l’intero piano nobile. Esso si articola attorno a cinque finestre architravate e decorate da busti in marmo (alcuni attualmente mancanti) e altrettanti oculi che contribuiscono ad alleggerire la struttura. Un’ulteriore terrazza caratterizza il piano superiore, che presenta lo stesso schema della facciata del piano nobile. Sul retro della struttura, invece, gli ambienti si organizzano attorno a un loggiato che, originariamente, spaziava la visuale sul giardino.

La famiglia Fiori utilizzò la villa come residenza estiva fino alla fine del Settecento, quando, verosimilmente caduti in disgrazia, furono costretti a vendere il palazzo sulle mura e a trasferire nella villa la loro residenza principale. Le successive divisioni ereditarie e l’inglobamento dell’edificio tra palazzi novecenteschi ha reso quasi impossibile la lettura dell’originale villa.

La provenienza campana del casato Fiori, il periodo di costruzione che coincide con il soggiorno barese del Vaccaro e le affinità col progetto del Palazzo Tarsia sono tutti elementi che concorrerebbero a conferire la paternità del progetto della Villa proprio al noto architetto (pur in mancanza di prove concrete), o comunque alla sua scuola. Pur nell’impossibilità di dimostrare tale congettura, Villa Fiori rimane un esempio straordinario del barocco in Terra di Bari, nonché, come detto, delle affinità artistiche tra Puglia e Campania nel Settecento.

Giuseppe Mennea

Il sussidio «Cristiani si diventa» dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto
Articolo Precedente Il sussidio «Cristiani si diventa» dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto
Il meridionalista difficile: Alessandro Leogrande
Prossimo Articolo Il meridionalista difficile: Alessandro Leogrande
Articoli collegati

Lascia un commento:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I tuoi dati personali verranno utilizzati per supportare la tua esperienza su questo sito web, per gestire l'accesso al tuo account e per altri scopi descritti nella nostra privacy policy.