Bob Dylan ricevuto da Papa Leone XIV: una felpa nera, un rosario, una questione di pace

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Il 4 novembre 2026 il poeta, cantante e Premio Nobel Bob Dylan è stato ricevuto da Sua Santità Leone XIV, accompagnato dal gesuita padre Antonio Spadaro e dal direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda.

La Sala Stampa ha parlato di un’udienza breve, dal tono colloquiale. Nessun frac, nessun protocollo di rito: Dylan, 85 anni, indossava una felpa nera con il cappuccio e ha stretto la mano al primo Papa suo connazionale. Quanto al capo coperto, la Sala Stampa vaticana ha precisato che «il sig. Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan […] aveva previamente richiesto ed ottenuto per privilegio, l’uso “ex audientia Ss.mi” del velo muliebre o di surrogato equipollente». Il bianco e il nero: l’immagine diffusa da padre Spadaro ha fatto il giro del mondo.

Il Pontefice ha donato un rosario; Dylan ha ricambiato con Chronicles – Volume 1, la sua autobiografia. L’incontro precede il concerto romano del Rough and Rowdy Ways Tour.

Entrambe le foto sono tratte dai media vaticani

Il pretesto è nelle parole del Papa. A luglio 2026 Leone XIV aveva citato alcuni versi di Go Away You Bomb, brano del 1963 mai inciso, nella prefazione a Disarmata e disarmante: versi in cui la bomba è odiata perché fatta e maneggiata dall’uomo. Ed è qui che il pontificato incontra il cantautore.

Leone XIV è il primo Papa agostiniano e si è presentato al mondo come «figlio di Sant’Agostino», invocando la pace. Dylan, nel 1967, dedicò al santo di Ippona I Dreamed I Saw St. Augustine, brano che segna il passaggio a sonorità acustiche essenziali e a testi intrisi di spiritualità, riferimenti biblici e introspezione. Alla lettera, il testo mostra Agostino che cammina vivo, nella sua umanità, in un quartiere di miseria. L’enigma sta nel finale: Dylan si scopre tra coloro che il santo lo misero a morte. Eppure Agostino fu tra i pochi del suo tempo a non cadere per mano omicida, ma di malattia, dopo una vita di espiazione per gli eccessi della giovinezza. Il riferimento, dunque, è altrove: il senso di colpa, la ricerca spirituale, la fragilità dell’uomo, il conflitto tra morale e società, l’eterna oscillazione tra tradimento di sé e pentimento.

Non risulta che il Papa e Dylan abbiano toccato questi temi, ma l’accostamento è fecondo. Agostino è il santo dell’inquietudine, del cuore che non trova riposo, nemico di ogni pace a buon mercato. Per questo la pace voluta da Leone XIV, «disarmata e disarmante», è netta e rivoluzionaria. In ciò il suo pontificato trova in Dylan un testimone laico e scomodo, che dal 1963 non ha mai cantato la pace come slogan, ma come responsabilità.

Già nel 1997, a Bologna, Dylan si era esibito davanti a Giovanni Paolo II e a centinaia di migliaia di giovani. Con Leone il gesto è più sobrio: una stretta di mano, un tavolo, poche battute. Forse è proprio questo il messaggio. In un tempo di guerre e di arsenali, la Chiesa non cerca testimonial, ma interlocutori credibili, e un Nobel con il cappuccio può esserlo meglio di molti in doppiopetto.

Carlo Coppola

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