Dalle vetrine infrante di Torino e Milano al fuoco di Parigi: quando la compassione esibita cancella il senso di responsabilità e disarma le democrazie.
Le immagini arrivate nelle ultime ore dalle strade di Torino, Milano e Parigi raccontano una storia che va ben oltre la cronaca nera e il mero disordine pubblico. Vetrine spaccate, arredi urbani devastati, forze dell’ordine bersagliate da bombe carta e sassi, commercianti in lacrime davanti alle macerie delle proprie attività. Eppure, a margine di queste scene di guerriglia urbana, si ripete un copione culturale ormai consolidato: una parte della piazza — e dell’intellighenzia che la giustifica — sembra convinta di agire in nome del “bene”, schermando la violenza sotto la bandiera della protesta sociale, della causa terzomondista o della solidarietà internazionale.
Ci si trova di fronte a un paradosso sempre più evidente: com’è possibile che l’esibizione di un’empatia senza confini si trasformi, nel giro di poche ore, nel calpestare i diritti fondamentali del cittadino che rispetta le regole?
La sindrome del «riflettore» emotivo
Per comprendere questa frattura occorre guardare oltre la sociologia della protesta ed entrare nei meccanismi della psicologia evolutiva. Lo psicologo cognitivo Paul Bloom ha descritto l’empatia emotiva come un “riflettore” (spotlight): un meccanismo molecolare che illumina in modo ipnotico una singola causa o una vittima simbolica, lasciando completamente al buio tutto il resto.
Nella piazza ideologizzata, il riflettore si accende sulla narrazione dell’oppresso, ma lascia nell’ombra le vittime reali e immediate dell’odio di piazza: l’agente di polizia precario, il lavoratore che vede distrutto il proprio strumento di sussistenza, la comunità locale che perde la propria sicurezza urbana.
È l’effetto di ciò che lo scienziato del comportamento Gad Saad ha definito «empatia suicida». Nel suo saggio Suicidal Empathy: Dying to Be Kind (seguito de The Parasitic Mind), Saad spiega come un istinto umano primordiale e nobile — la cura dell’altro — possa subire un corto circuito quando viene privato del suo naturale contrappeso: l’istinto di protezione del proprio gruppo, della legalità e delle istituzioni democratiche.
Il miraggio delle «credenze di lusso»
Gli scontri di Torino, Milano e Parigi evidenziano anche una profonda spaccatura di classe. Il sociologo Rob Henderson ha coniato l’espressione «Luxury Beliefs» (credenze di lusso) per indicare quelle posizioni morali e politiche ostentate dalle élite culturali e studentesche che conferiscono prestigio sociale a chi le professa, ma i cui costi materiali e sociali scaricano interamente sulle spalle delle classi meno abbienti.
Postare uno slogan sui social o devastare un quartiere in nome della “giustizia globale” non costa nulla a chi torna la sera in un quartiere protetto. Il conto salato di quelle vetrine infrante, della svalutazione commerciale e dell’insicurezza percepita viene pagato dal piccolo commerciante di periferia, dalle donne che camminano di notte, dalla classe lavoratrice che vive quegli spazi pubblici ogni giorno.
L’inversione morale: quando l’aggressore diventa vittima
Ciò a cui assistiamo è il prodotto di un’ideologia intersezionale che divide rigidamente il mondo in due sole categorie: oppressori e vittime.
In questa griglia interpretativa:
- Chi rappresenta l’Occidente, lo Stato di diritto o le forze dell’ordine è classificato a priori come “oppressore” e quindi meritevole di ostilità.
- Chiunque si posizioni in chiave anti-occidentale o ‘in rivolta’ viene depurato da ogni responsabilità individuale. La sua violenza non viene condannata, ma “contestualizzata” e razionalizzata come reazione inevitabile a un’oppressione sistemica.
Si compie così un’inversione morale: l’autodifesa delle istituzioni viene marchiata come oppressione, mentre la devastazione cieca viene assolta in virtù delle buone intenzioni dichiarate da chi la commette.
Ripristinare l’equilibrio: la compassione senza giustizia è autodistruzione
Una civiltà democratica e liberale non può reggersi unicamente sull’esibizione della propria tolleranza. Come ricordava il filosofo Pascal Bruckner, l’Occidente rischia di consumarsi in un’auto-colpevolizzazione permanente che paralizza la sua capacità di difendere i propri valori fondativi.
L’empatia è una risorsa preziosa, ma separata dalla giustizia, dal senso del limite e dal dovere di protezione dei cittadini, cessa di essere una virtù e diventa un fattore di dissoluzione del patto sociale. Guardare con fermezza agli scontri delle nostre città significa comprendere che la vera gentilezza non consiste nel tollerare il disordine in nome di un’ideologia, ma nel tutelare chi, ogni giorno, costruisce la convivenza civile nel rispetto delle regole.
Salvatore Schirone








