
E se fosse un “grande sasso” il testo sacro ad un popolo?
Ayers Rock o Uluru è una formazione rocciosa situata nel “Red Centre” dell’Australia. Umberto Eco nel paragrafo “Montagne e MONTAGNE” del libro “Kant e l’ornitorinco” la descrive come “una configurazione orografica favolosa, che cambia di colore a seconda delle ore del giorno e appare meravigliosa al tramonto”.
Il nome inglese deriva dal primo ministro del Sud Australia Sir Henry Ayers all’epoca della prima colonizzazione inglese dell’isola avvenuta alla fine dell’Ottocento, mentre “Uluru” è il nome aborigeno secondo la comunità tradizionalmente legata a esso, gli Anangu. Uluru, infatti, non è un semplice monolite, ma uno dei luoghi sacri fondamentali per la mitologia aborigena australiana.
Il termine che gli aborigeni australiani utilizzano per riferirsi all’epoca primordiale, il tempo in cui secondo molti popoli e religioni avvenne la creazione dell’universo, è il “tempo del sogno”, “dreaming” o “dreamtime” in inglese o ancora “alchera” o “alcheringa” nella lingua degli Aranda.
Secondo gli Anangu, il movimento di spiriti ancestrali sulla Terra dette luogo alla sua creazione, perciò la conformazione fisica di Uluru racconta numerose storie e leggende come quella di Kuniya. Si narra che uno spazio vuoto nella roccia rappresenti il luogo dove fu deposto un nido di uova da una delle donne pitone Kuniya la quale sconfisse il capo dei guerrieri Liru (serpenti velenosi).
È per questo che luoghi come Uluru possiedono un’importanza analoga a quella, per esempio, dei testi sacri per le religioni monoteiste e diventano parte integrante della storia, dell’identità del popolo Anangu – come di altri popoli aborigeni – così come del diritto, poiché per essi il processo di creazione si eleva a Legge da rispettare (“tjukurr”). Infatti, seppure l’accesso a Uluru sia libero grazie a un accordo del 1985 tra il gruppo aborigeno Mutitjulu e il governo australiano, nelle “zone nere” vi è il divieto di scattare fotografie in virtù della sacralità del luogo e della modalità di trasmissione delle conoscenze dell’epoca della creazione propria alle comunità aborigene fondamentale per mantenere vivo il legame tra essa e la vita attuale e che avviene attraverso la narrazione di storie e miti durante specifici rituali.
In una contemporaneità in cui si guarda la realtà attraverso lo schermo di un telefono o l’obiettivo di un apparecchio elettronico, Uluru è una delle testimonianze tridimensionali di un sapere ancestrale che sopravvive.
Per saperne di più si veda: Susan Petrilli e Bruce Chatwin (in particolare “Le vie dei canti”).
Sofia Fasano










