Da millenni l’uomo racconta storie di eroi; cambiano i luoghi, le epoche e persino i mezzi attraverso cui queste storie vengono narrate, ma il fascino dell’eroe sembra non conoscere tramonto. Dai versi dell’Odissea fino ai grandi blockbuster cinematografici, continuiamo a lasciarci conquistare da personaggi capaci di affrontare l’impossibile, sfidare i propri limiti e attraversare il dolore senza arrendersi. È significativo, allora, che figure tanto lontane nel tempo come Ulisse e Spider-Man riescano ancora oggi a parlare a un pubblico vastissimo. La loro fortuna non dipende soltanto dalle imprese straordinarie che compiono, ma soprattutto dal fatto che, dietro la maschera dell’eroe, riconosciamo qualcosa di profondamente umano.

Statua di Ulisse
Un esempio emblematico è Ulisse, riportato sul grande schermo da Christopher Nolan, il cui viaggio è, prima ancora che un’avventura, una lunga esperienza di trasformazione. Ulisse attraversa mari sconosciuti, affronta mostri, tentazioni e divinità, perde i propri compagni ed è posto continuamente di fronte ai limiti della propria intelligenza e forza. Eppure, ciò che lo rende affascinante non è una presunta invincibilità: al contrario, è proprio la sua imperfezione a renderlo vicino a noi. Ulisse sbaglia, si lascia dominare dall’orgoglio, sottovaluta le conseguenze delle proprie azioni, ma trova sempre la forza di proseguire il suo viaggio, metafora dell’esistenza umana. Ogni individuo, in fondo, compie un cammino attraverso l’incertezza, le perdite, le scelte e le difficoltà. Non sappiamo esattamente dove ci condurrà il nostro percorso e spesso siamo costretti a orientarci senza avere una mappa. Per questo Ulisse continua a parlarci: il suo viaggio verso Itaca non è soltanto il ritorno di un uomo alla propria patria, ma la ricerca di un luogo, di un’identità e di un significato. Ed Itaca diventa così il simbolo di ciò che desideriamo ritrovare dopo esserci smarriti.
A distanza di migliaia di anni, un intreccio analogo si rintraccia nella vicenda di Spider-Man. Peter Parker è un supereroe soltanto in apparenza molto distante dall’uomo comune; possiede, infatti, poteri straordinari, ma rimane un ragazzo alle prese con problemi estremamente ordinari: il bisogno di essere accettato, la paura di perdere le persone che ama, il senso di colpa, le difficoltà della crescita e il peso delle proprie decisioni. La sua vera forza, dunque, non risiede nei superpoteri, ma nella capacità di assumersi una responsabilità che spesso preferirebbe evitare.
È proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’eroe, antico e contemporaneo: non ci affascina perché privo di debolezze, ma perché riesce ad agire malgrado le proprie debolezze. È evidente che l’eroe perfetto sarebbe, paradossalmente, molto meno interessante e che un personaggio che non conosca paura, dubbio o fallimento non potrebbe davvero rappresentarci. Al contrario, quando vediamo un eroe cadere, sbagliare e poi rialzarsi, comprendiamo che il coraggio non consiste nell’assenza della paura, ma nella decisione di non lasciarsi dominare da essa.
Per questo motivo il successo degli eroi può essere collegato anche a una delle esigenze più profonde dell’uomo: quella di trovare un senso nel caos. La società moderna ci offre possibilità enormi, ma allo stesso tempo ci espone a una continua sensazione di precarietà. Siamo circondati da informazioni, scelte e cambiamenti che rendono difficile capire quale direzione imboccare. Le storie degli eroi rispondono, così, simbolicamente a questa incertezza: mostrano individui che, pur non possedendo tutte le risposte, scelgono comunque di andare avanti.
Esiste poi un’altra ragione, forse ancora più essenziale, del loro successo: gli eroi ci consentono di sognare; in un mondo dominato dalla quotidianità, essi aprono una finestra sull’eccezionale. Ma il sogno non è mai fine a sé stesso: dietro l’avventura fantastica si nascondono paure, desideri e conflitti che appartengono a ciascuno di noi.
È proprio questa la grande forza del mito che, pur cambiando forma, conserva un significato trasversale. Ulisse viaggiava su una nave, Spider-Man si muove tra i grattacieli; il primo combatteva contro creature mitologiche, il secondo contro supercriminali. Eppure entrambi raccontano un uomo che deve attraversare un mondo ostile per proseguire sulla propria strada. Il mostro, il nemico o il pericolo esterno rappresentano spesso qualcosa che l’eroe deve affrontare dentro di sé.
Conseguentemente, il cinema contemporaneo non ha inventato il bisogno di eroi: lo ha semplicemente rivestito di nuove immagini. I supereroi sono, sotto molteplici aspetti, i nuovi protagonisti del mito. Come gli eroi dell’antichità, possiedono qualità eccezionali, affrontano prove, conoscono la perdita e sono costretti a compiere delle scelte. Ma, proprio come Ulisse, non sono interessanti soltanto per ciò che riescono a fare: lo sono soprattutto per ciò che diventano nel corso del loro viaggio.
In definitiva, il successo degli eroi nel mondo contemporaneo nasce da un paradosso: più sono straordinari, più abbiamo bisogno di riconoscere in loro qualcosa di ordinariamente umano. Ulisse ci ricorda che anche il più astuto degli uomini può smarrirsi; Spider-Man che anche chi possiede grandi poteri può sentirsi fragile e solo. Entrambi, però, ci insegnano che l’identità non è qualcosa che ci viene semplicemente consegnato, ma che costruiamo attraverso le prove che scegliamo di affrontare.
Forse è proprio per questo che, nonostante i secoli intercorsi, continuiamo ad ascoltare le storie degli eroi; perché, quando li guardiamo far fronte a numerose peripezie, in realtà stiamo guardando una versione più grande e spettacolare delle nostre stesse battaglie. E forse il vero motivo per cui abbiamo ancora bisogno di eroi è che, attraverso di loro, continuiamo a cercare una risposta alla domanda più antica di tutte: come si diventa non forti, ma umani?