Tra filologia e diritto antico, i testi del Nuovo Testamento rivelano il passato violento del futuro San Paolo. Fu un esecutore materiale o un mandante politico della prima epurazione anticristiana?

La lapidazione di Stefano – Juan de Juanes 1562
Gerusalemme, anni ’30 del primo secolo. Un giovane fariseo, originario di Tarso ma cresciuto alla rigida scuola del rabbino Gamaliele, si muove tra le stanze del potere del Tempio. Il suo nome è Saulo. Nei secoli successivi l’Occidente lo ricorderà come San Paolo, il teologo della grazia e delle genti. Ma prima di Damasco, le fonti ci consegnano un profilo radicalmente diverso: quello di un implacabile inquisitore, un funzionario della repressione ideologica.
La domanda che da secoli divide storici, giuristi e biblisti è tanto cruda quanto necessaria: Saulo può essere definito, a tutti gli effetti storici, un assassino? Ha mai macchiato le proprie mani del sangue dei primi cristiani?
Per rispondere, la moderna storiografia deve spogliare i testi del Nuovo Testamento dalla loro veste puramente teologica e interrogarli come fonti documentarie, analizzandone i dettagli giuridici e il vocabolario greco.
Il primo indizio documentale ci porta sulla scena di un delitto. Nel libro degli Atti degli Apostoli (7,58), l’autore Luca descrive la lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano. Qui Saulo fa la sua comparsa con un dettaglio apparentemente marginale: «I testimoni deponevano i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo».
Nella procedura legale del diritto ebraico dell’epoca (codificata più tardi nella Mishnah, nel trattato Sanhedrin), la lapidazione non era un tumulto disordinato di folla. Era un’esecuzione formale. Coloro che avevano testimoniato contro l’accusato dovevano scagliare le prime pietre e, per farlo in totale libertà di movimento, dovevano spogliarsi dei pesanti mantelli. Affidare quegli abiti a Saulo non era un favore di cortesia: significava riconoscerlo come l’autorità garante dell’esecuzione, il testimone ufficiale che certificava la regolarità giuridica dell’atto. Saulo non lancia la pietra, ma firma e valida la condanna.
Il passaggio testuale più stringente sul piano storico, che parrebbe avvicinare Saulo alla complicità diretta in un omicidio, si trova in Atti 26,10. Paolo, ormai anziano e prigioniero a Cesarea, si difende davanti al re Agrippa II. Le sue parole sono una confessione che scuote l’aula:
«Molti dei santi li rinchiusi in prigione […] e quando erano condannati a morte, anch’io ho dato il mio voto (psephon katēnegka).»
Il termine greco utilizzato, psephos, indica letteralmente il sassolino bianco o nero che i giudici esprimevano nei tribunali dell’antichità per decretare l’assoluzione o la condanna. Questo dettaglio solleva un enorme interrogativo: Saulo faceva parte del Sinedrio, la massima corte ebraica che decretava le pene capitali?
Se la risposta fosse affermativa, Paolo avrebbe dovuto essere un uomo sposato e di età matura, una tesi che contrasta con la definizione di “giovane” (neanias) ricevuta al tempo della morte di Stefano. Più probabilmente, la critica storica oggi propende per un’altra lettura: Saulo era un delegato straordinario del potere sacerdotale, un inquisitore con pieni poteri inviato sul campo, il cui “voto” era l’avallo politico e burocratico necessario per convalidare le esecuzioni.
Il quadro si completa se leggiamo le lettere autentiche di Paolo, l’unica fonte diretta scritta di suo pugno. Ai Galati (1,13) scrive, usando un verbo greco fortissimo (eporthoun), di aver perseguitato la Chiesa di Dio “fino all’esterminio”.
Gli storici ricordano che la comunità di Gerusalemme godeva di un’autonomia limitata sotto il prefetto romano Ponzio Pilato. Il Sinedrio non poteva decretare la pena di morte senza l’approvazione romana, tranne che per gravissime violazioni del perimetro del Tempio. Saulo, dunque, operava in una zona grigia: arrestava i dissidenti nelle sinagoghe, li faceva flagellare (punizione sinagogale standard) e cercava di costringerli all’apostasia tramite la tortura («cercavo di costringerli a bestemmiare», Atti 26,11). Chi non cedeva, veniva incanalato verso i tribunali che potevano emettere sentenze capitali.
Se per “assassino” intendiamo l’esecutore materiale – l’uomo che brandisce un’arma o scaglia fisicamente la pietra –, il dossier storico su Saulo di Tarso non fornisce prove sufficienti per condannarlo. Nessun testo lo descrive nell’atto fisico dell’omicidio. Ma se applichiamo le categorie della storia del diritto e della responsabilità co-autoriale, il profilo cambia radicalmente: Saulo è stato il motore ideologico e il braccio organizzativo di una macchina repressiva che ha causato deliberatamente delle vittime. È stato un complice istituzionale di alto livello in una serie di omicidi di Stato.
Ed è proprio qui, nel realismo di questo passato di sangue e non in una sua edulcorazione, che risiede la chiave di volta per comprendere l’autenticità della sua conversione a Cristo.
La svolta sulla via di Damasco non fu l’abbraccio romantico di un idealista a una nuova filosofia, né una crisi mistica passeggera. Fu un ribaltamento traumatico ed esistenziale. L’uomo che aveva autorizzato i linciaggi e firmato condanne a morte si trovò a fare i conti con la vittima stessa della sua violenza: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?».
Da quel momento, il “dossier Saulo” non viene cancellato, ma integrato in una nuova identità. La radicalità della sua successiva predicazione e la profondità della sua teologia della Grazia nascono proprio dalla bruciante consapevolezza di essere stato un persecutore e un complice. Riconoscendosi sinceramente come “il più piccolo tra gli apostoli” e “indegno di essere chiamato apostolo” (1 Corinzi 15,9), Paolo sperimenta sulla propria pelle il paradosso cristiano: l’inquisitore che ha mandato a morte i giusti diventa il testimone che accetta, infine, di morire per lo stesso Annuncio. Una conversione autentica che la storia non spiega con un colpo di spugna sui vecchi crimini, ma con la travolgente nascita di un uomo radicalmente nuovo.
Antonio Calisi










