Dallo scorso 18 aprile fino al 26 dello stesso mese va in scena presso il teatro cittadino del Petruzzelli “La Traviata” di Giuseppe Verdi per la regia di Sofia Coppola, regista cinematografica, con la collaborazione di Marina Bianchi. Il direttore d’orchestra (impeccabile) è Jordi Bernàcer, mentre la direzione del coro (entrambi del Teatro Petruzzelli) è stata affidata a Marco Medved. La stagione di quest’anno proposta dalla Fondazione ha visto già l’allestimento di un’altra opera di Verdi, “Falstaff”, e “Il trovatore” è in programma per l’autunno.
“La Traviata” è ispirata al romanzo “La signora delle camelie” (1848) di Alexandre Dumas figlio. La trama libresca è basata sulla vita di Marie Duplessis, giovane cortigiana francese di metà Ottocento e amante di Dumas figlio, che lo scrittore aveva ribattezzato Marguerite Gautier. L’impatto del romanzo fu tale che ne scaturì immediatamente un adattamento teatrale omonimo (era pronto già l’anno seguente (1849), ma la prima fu solo nel 1852). Giuseppe Verdi vi assisté quello stesso anno in compagnia della sua amante Giuseppina Strepponi. Riconosciutosi nella vicenda dei due appassionati amanti e soprattutto colpito dal coraggio di Marguerite, Verdi decise di fare proprio questo dramma e rendere Violetta (Marguerite) una figura contemporanea per il suo tempo. Il libretto fu scritto da Francesco Maria Piave e ridotto da cinque a tre atti: Amore, Sacrificio, Morte.

Foto di Clarissa Lapolla.
Nonostante alcune critiche alla prima barese, “La Traviata” di Coppola al Petruzzelli è riuscita, è sensazionale, toccante e avvincente. Il confronto padre-figlio tra Giorgio (baritono) e Alfredo Germont (tenore) è drammatico. La figura di Violetta (soprano) primeggia, senza oscurare, sugli altri personaggi, struggente intona l’“Amami Alfredo”, imponente scende le scale sulle note del preludio con lo strascico del vestito che ne segna la scia. I costumi di Valentino Garavani sono protagonisti a tutti gli effetti della scena: l’abito bianco dal tessuto morbido di Violetta nella prima parte del secondo atto simboleggia la sua innocenza (contrastante per una lorette) e spensieratezza nell’idillio della campagna provenzale, mentre il rosso indossato nella seconda parte la rende vittima sacrificale, gettata a terra al centro della scena da un irato Alfredo. Il rosso, tutt’altro che spento (Violetta canta “io spenta ancora pur t’amerò”), è anche il colore della passione vibrante. La maestosità del salotto parigino dove ha luogo il ballo ospitato da Violetta nel primo atto è in contrasto con la scena spoglia, essenziale dell’ultimo che vede la protagonista nel letto posizionato al centro del palco. La poveretta è in fin di vita a causa della tisi, mentre la vita brulica nelle strade per il carnevale. Violetta e Alfredo si ricongiungono in “Parigi o cara”, ma l’eroina non sfugge al tragico destino pur nella sua umanità.

Foto di Clarissa Lapolla.
Sofia Coppola è maestra delle figure femminili, nella loro estetica, nei loro pensieri più segreti, nella loro immagine pubblica. Ne abbiamo già parlato qui, a proposito del suo giardino delle vergini suicide e della sua Priscilla.
Per saperne di più, invece, su Marie Duplessis consigliamo “La ragazza delle camelie” di Julie Kavanagh (Einaudi, 2014).
Sofia Fasano










