“Una finestra vista lago” dignità e ironia nell’Italia degli anni Trenta

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Alle 9:30 del mattino del 24 marzo, il Teatro Kursaal Santa Lucia di Bari ha aperto le porte alla seconda giornata del BiFest — il Bari International Film Festival diretto da Oscar Iarussi — con una proiezione che fin dall’orario sembrava voler sfidare la pigrizia del mattino. E il pubblico ha risposto, riempiendo la sala per assistere al primo episodio di Una finestra vista lago, il lavoro televisivo realizzato da Marco Pontecorvo per Rai Cinema con la produzione Palomar, che porta sullo schermo i romanzi di Andrea Vitali ambientati sulle rive del Lario. Centoquinque minuti, primo episodio di una serie che si preannuncia di lunga vita. Alla proiezione del film è seguita una presentazione del lavoro alla quale hanno partecipato il regista, è l’autore del romanzo. A condurre con simpatia ed elenganza l’incontro con il pubblico sono state Chiara Tagliaferri, sul palco e Teodora Altomare dalla platea: un incontro, tra l’autore della pagina scritta e quello della prodotto filmico, che ha restituito la misura di quanto i due linguaggi, in questo caso, abbiano saputo parlarsi senza sovrapporsi.

Sarebbe un po’ ingeneroso — liquidare Una finestra vista lago come «prodotto televisivo» nelll’accezione che la locuzione spesso porta con sé. Quello che Pontecorvo ha confezionato per Rai Cinema è, a tutti gli effetti, un lavoro di grande dignità artistica: una serie capace di stare anche in sala, e che anzi guadagna qualcosa dallo schermo grande, dove ogni dettaglio  —  una colletto inamidato, uno sguardo sghembo, la superficie piatta del lago in mattinata — acquista peso e respiro.

Il cast è efficace e ben assortito, ma è Antonio Folletto — che interpreta un comandante dei Carabinieri Reali negli anni Trenta — a catalizzare l’attenzione con un fascino sobrio, mai ostentato, esibito solo nella mimica facciale durante l’atto della masticazione. È un uomo di cui non conosciamo interamente la storia: forse un monarchico di idee liberali, con una visione aperta del mondo che stona un po’ volutamente con i suoi tempi. Con elegante malizia, ne emerge il suo disprezzo silenzioso, sia verso i perdigiorno, tronfi d’arroganza imprestata, che indossano la camicia nera, si per l’imprenditore spilorcio e greve che va a braccetto col potere. Due facce dello stesso provincialismo, rese non con l’anatema ma con lo strumento affilato dell’ironia.

La trama è comprensibile ma non banale sin dalle prime inquadrature.  Allo stesso chi possa aver intuito gli sviluppi della trama trova comunque il gusto di ascoltare il racconto: effetto privilegiato che sanno indurre solo i buoni narratori. Pontecorvo non tradisce Vitali, ma nemmeno si limita a illustrarne le pagine: reinterpreta lo spirito dei romanzi con la grammatica propria del cinema, scegliendo inquadrature mai didascaliche — non dimenticandosi di essere in primo luogo un ottimo direttore della fotografia — e affidando agli attori una recitazione in cui gli sguardi dicono spesso più delle battute. All’interno della storia non mancano i temi storico-sociali — la piccola borghesia lacustre, il fascismo di provincia, la condizione femminile, il potere e le sue maschere, ivi compresi gli effetti di un amore tra due donne — ma non ci sono rivendicazioni, non ci sono soliloqui manifesto. Il regista gioca con ciascuno di loro, forse anche grazie alla forza delle sue origini: quell’umorismo ebraico, con punti di vista dichiarati onestamente senza bisogno di alzare la voce, capacità di vedere l’assurdo nel quotidiano e di restituirlo con levità, lasciando che sia lasciando che sia lo spettatore a trarre le proprie conclusioni. È una qualità rara nel cinema italiano contemporaneo, e per questo ancora più ambiziosa e preziosa.

Un solo appunto per occhi da cinefilo ostinato: la bandiera sabauda in scena tradisce un tessuto sintetico dai colori troppo vividi, lontano dai pesanti cotoni sdruciti o sbiaditi dell’epoca. Nulla che intacchi il lavoro — la cui cura è evidente — ma una nota leggermente stonata in un’esecuzione per il resto ineccepibile. Per tutti gli altri, Una finestra vista lago conferma che la televisione italiana, quando ci prova davvero, merita lo schermo grande: Pontecorvo e Vitali dimostrano che il lago di Como è uno specchio su cui galleggiano contraddizioni tutt’altro che remote.

Carlo Coppola

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