«Un solo cuore, molte voci». Comunione come forma ecclesiale della differenza nella prolusione del Vescovo di Lungro

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La seconda veglia ecumenica svoltasi ieri 12 febbraio nella Basilica di San Nicola si è configurata come un momento di particolare intensità ecclesiale e teologica. Guidata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Donato Oliverio, Vescovo dell’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi, la celebrazione ha posto al centro il tema «Un solo cuore, molte voci», offrendo una riflessione sulla comunione cristiana intesa come accoglienza della differenza nella fedeltà all’unico Vangelo.
In un contesto storico ed ecclesiale segnato da tensioni identitarie e da una persistente frammentazione del cristianesimo, la veglia ha richiamato con forza una verità teologica fondamentale: l’unità della Chiesa non è il risultato di una sintesi artificiale, ma un dono dello Spirito che si manifesta nella pluralità delle forme ecclesiali.
Il riferimento biblico che sostiene l’intera riflessione è quello della Chiesa apostolica, descritta negli Atti degli Apostoli come comunità «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32). Questa unità non nasce dall’omologazione, ma dalla comunione nella fede, nella preghiera e nella carità. È un’unità dinamica, che non cancella le differenze, ma le ordina a un principio superiore.
Ancora più radicale è la prospettiva offerta dalla preghiera sacerdotale di Gesù: «Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21). L’unità dei cristiani è qui radicata nel mistero trinitario: non semplice accordo umano, ma partecipazione alla comunione stessa di Dio. In questa luce, l’ecumenismo appare come un’esigenza intrinseca alla fede cristiana, non come un’opzione accessoria.
Il tema Un solo cuore, molte voci invita a riconoscere la differenza come luogo teologico, non come problema da risolvere. La tradizione patristica ha spesso insistito su questo punto. San Basilio Magno paragona la Chiesa a un corpo armonico, in cui «la varietà dei doni non distrugge l’unità, ma la manifesta». L’immagine paolina del corpo (cfr. 1Cor 12) resta qui decisiva: l’unità vive della pluralità delle membra.
Monsignor Oliverio, attingendo alla profonda sapienza delle Chiese orientali e alla ricchezza della propria esperienza episcopale, ha illuminato con rara efficacia il valore ecclesiale della diversità rituale, linguistica e spirituale come espressione autentica della cattolicità della Chiesa. Non una cattolicità uniforme, ma una koinonía che accoglie e custodisce storie, memorie e tradizioni differenti. La sua parola, autorevole e insieme paterna, ha offerto alla comunità radunata una guida sicura nel cammino verso l’unità.
La veglia ha evidenziato come l’ecumenismo non possa ridursi a un confronto dottrinale o a un percorso diplomatico tra istituzioni ecclesiastiche. Esso è anzitutto un cammino di conversione, personale e comunitaria. Come affermava sant’Agostino, «la carità è la forma di tutte le virtù» (forma virtutum): senza di essa, anche la verità rischia di diventare strumento di divisione.
Pregare insieme, ascoltare insieme la Parola, sostare nel silenzio comune sono gesti che esprimono una ecclesiologia vissuta prima ancora che definita. In questo senso, la veglia ecumenica diventa un luogo in cui la Chiesa sperimenta se stessa come mistero di comunione, anticipando — in forma imperfetta ma reale — l’unità piena ancora da raggiungere.
La Basilica di San Nicola, crocevia spirituale tra Oriente e Occidente, si conferma luogo altamente simbolico per questo cammino. Qui la memoria condivisa del santo diventa segno di una comunione più profonda delle divisioni storiche. Non a caso san Giovanni Crisostomo ricordava che «nulla rende la Chiesa così credibile quanto l’unità vissuta nella carità».
In questo spazio carico di storia e di significati, le molte voci presenti non hanno prodotto dissonanza, ma una consonanza sobria, segno che l’unità non è silenzio imposto, bensì armonia delle differenze.
Un solo cuore, molte voci non è soltanto un tema, ma una prospettiva teologica che interpella la Chiesa nel suo essere e nel suo agire, indicando la comunione come via evangelica e come responsabilità storica.
La veglia del 12 febbraio si pone così come un segno ecclesiale rilevante: essa ricorda che la comunione non è un traguardo già posseduto, ma una forma di vita da assumere. In un mondo segnato da conflitti identitari, la Chiesa è chiamata a testimoniare che l’unità non nasce dalla paura della differenza, ma dalla fiducia nello Spirito che «fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
La serata è stata anche, e non secondariamente, un’occasione di profonda gioia ecclesiale per la comunità cattolica di rito bizantino della Parrocchia di San Giovanni Crisostomo di Bari vecchia. Riunirsi attorno al proprio Vescovo e Pastore — Mons. Donato Oliverio, figura di riferimento spirituale e teologico di grande statura — ha rappresentato per i fedeli un momento di grazia particolare. La comunità ha potuto riascoltarne i saggi ammaestramenti, nutrirsi della sua visione ecclesiale e rinnovare quel legame filiale che la distanza fisica tra Bari e la sede episcopale di Lungro non ha mai indebolito. L’omaggio reso a Sua Eccellenza dai fedeli della parrocchia è stato espressione sincera e commossa di venerazione, gratitudine e affetto: il tributo di un popolo che riconosce nel proprio Pastore non solo l’autorità del ministero, ma la testimonianza viva di una fede incarnata e generosa.

Carlo Coppola

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