Obbedienza, libertà e verità: in difesa di Mons. Giuseppe Laterza

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Nel dibattito pubblico contemporaneo, sempre più spesso la teologia viene trascinata nel vortice della semplificazione mediatica, della decontestualizzazione e, talvolta, della vera e propria disinformazione. È quanto sta accadendo in questi giorni a proposito delle parole del Nunzio Apostolico S. E. Rev. Mons. Giuseppe Laterza, ingiustamente bersagliato da accuse che nascono non da un reale dissenso dottrinale, ma da una lettura parziale, estrapolata e ideologicamente orientata delle sue riflessioni sull’obbedienza di Maria alla chiamata di Cristo.

Occorre dirlo con chiarezza: non siamo di fronte a uno scivolone teologico, né tantomeno a un’affermazione che sminuisca la dignità della Vergine Maria. Al contrario, Mons. Laterza si è collocato pienamente nel solco della tradizione biblica e patristica, richiamando uno dei nuclei più profondi e fecondi della mariologia cristiana: l’obbedienza come atto libero, consapevole e radicale.

La Scrittura è inequivocabile. Maria non è una figura passiva, né una creatura eterodiretta. Il suo “fiat” («Avvenga per me secondo la tua parola», Lc 1,38) non è il risultato di una costrizione, ma l’espressione più alta della libertà umana che si apre a Dio. Come ricorda il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 56), Maria «si affidò totalmente a Dio con libera fede e obbedienza».

È proprio questo il punto che Mons. Laterza ha inteso chiarire: Maria si dispone ad accogliere perché ama, e ama perché comprende, medita, discerne. La sua obbedienza non annulla la sua volontà, ma la porta a compimento. Sant’Agostino lo afferma con forza: Maria concepì Cristo prima nel cuore che nel grembo.

Ridurre questa visione a una presunta apologia della sottomissione cieca significa tradire il senso stesso della teologia cristiana, che da sempre distingue tra obbedienza evangelica e servilismo.

Le polemiche sorte intorno alle parole del Nunzio Apostolico sono l’ennesima dimostrazione di come frasi isolate, estratte da un contesto omiletico o catechetico, possano essere piegate a narrazioni polemiche del tutto estranee all’intenzione originaria dell’oratore. Non a caso vengono da media che ancora sembrano promuovere le polemiche contro la Chiesa Cattolica e che non vedevano l’ora registrare un’affermazione che ai loro occhi suona regressiva. Allo stesso modo i tradizionalisti più accaniti vedono in Mons. Laterza una voce proveniente dell’altrettanto vituperabile “visione bergogliana che tanti danni avrebbe fatto alla Santa Chiesa”.

La teologia non si presta agli slogan. È un linguaggio simbolico, analogico, stratificato, che richiede ascolto, competenza e onestà intellettuale. Trasformare una riflessione sull’obbedienza mariana in un attacco alla libertà o alla dignità della donna non è solo un errore ermeneutico: è una forma di manipolazione.

Mons. Laterza, ha parlato da pastore e da teologo, non da polemista. Le sue parole si inscrivono in una tradizione millenaria che vede in Maria il modello del discepolo autentico, colui che ascolta la Parola e la mette in pratica.

Difendere Mons. Giuseppe Laterza, oggi, significa difendere qualcosa di più grande: la libertà della riflessione teologica, il diritto della Chiesa di parlare con il proprio linguaggio e la necessità di sottrarre il discorso religioso alla logica della tifoseria ideologica.

In un tempo segnato dalla superficialità comunicativa, è doveroso ribadire che la verità non nasce dal clamore, ma dalla fedeltà al senso profondo delle parole. Maria, donna libera e credente, non può essere strumentalizzata per battaglie che le sono estranee. E chi, come Mons. Laterza, richiama con rigore e rispetto il cuore del messaggio evangelico, merita ascolto, non gogna.

La teologia non va processata nei tribunali dei social. Va compresa, studiata, rispettata. Solo così l’obbedienza di Maria continuerà a essere ciò che è sempre stata: un atto supremo di libertà davanti a Dio.

Carlo Coppola

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