Condannato l’Arcivescovo Ajapahyan: Nuovo capitolo delle tensioni tra governo armeno e Chiesa apostolica

Conflitto Stato Chiesa in Armenia

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Arcivescovo Mikael Ajapahyan, Arcivescovo Bagrat Galstanyan, Samvel Karapetyan

Il Tribunale di Primo Grado di Yerevan ha emesso una sentenza di colpevolezza contro l’arcivescovo Mikael Ajapahyan, capo della diocesi di Shirak della Chiesa Apostolica Armena, per aver fatto “pubblici appelli per la presa del potere in Armenia” secondo l’articolo 422, parte 2 del Codice Penale armeno. La decisione circa la durata della pena sarà presa in un’udienza successiva fissata per il 29 settembre alle ore 15:30.

La vicenda ha avuto origine il 28 giugno 2025, quando le forze di Sicurezza Nazionale (NSS) hanno fatto irruzione nella Sede Madre di Santa Etchmiadzin durante un’assemblea del clero. L’operazione è stata ostacolata da oltre un migliaio di sostenitori che hanno impedito l’arresto dell’arcivescovo, costringendo le forze dell’ordine al ritiro. Successivamente, Ajapahyan si è recato volontariamente a Yerevan per incontrare gli investigatori.

Il tribunale aveva ordinato una detenzione preventiva di due mesi per l’arcivescovo, accusato di aver fatto pubblici appelli per l’usurpazione del potere. La misura cautelare è stata successivamente prorogata il 15 agosto e il 2 settembre. Secondo gli osservatori, il procedimento si è caratterizzato per una velocità inconsueta, in cui tutte le mozioni della difesa sono state respinte sistematicamente, mentre il caso sarebbe stato costruito principalmente su estratti delle omelie e dei discorsi pubblici dell’arcivescovo che andrebbero letti e interpretati nei loro significati teologici e metaforici, non come riferimenti alla politica nazionale armena.

La condanna di Ajapahyan si inserisce in un quadro di crescenti tensioni tra il governo Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena. Le tensioni si sono particolarmente acuite dopo che la Chiesa ha organizzato una conferenza in Svizzera sulla distruzione del patrimonio armeno nell’Artsakh (Nagorno-Karabakh).

Oltre all’arcivescovo Mikael Ajapahyan, erano stati arrestati anche l’arcivescovo Bagrat Galstanyan e l’uomo d’affari e politico Samvel Karapetyan con accuse di terrorismo. Secondo alcune fonti, la repressione è coincisa con la firma da parte del primo ministro Pashinyan di un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti con l’Azerbaigian, per cui i detrattori del governo parlano senza mezzi termini di “liste di proscrizione”.

La Sede Madre di Santa Etchmiadzin ha emesso un duro comunicato in risposta alla decisione del tribunale, dichiarando che “la giustizia è diventata arbitraria ed è apertamente utilizzata per la vendetta politica”.

È significativo notare che nel 2024 le autorità si erano rifiutate di avviare un caso contro Ajapahyan dopo che aveva fatto dichiarazioni simili a quelle per cui è stato incriminato nel 2025, il che suggerirebbe un cambiamento nell’approccio governativo verso il clero considerato “dissidente”.

La sentenza rappresenta un ulteriore momento critico nelle relazioni tra stato e Chiesa in Armenia. Da un lato, il governo sostiene di applicare la legge contro coloro che fanno appelli considerati eversivi; dall’altro, i critici vedono in questi procedimenti uno strumento per silenziare l’opposizione religiosa e civile.

La prossima udienza del 29 settembre determinerà l’entità della pena per l’arcivescovo Ajapahyan, in quello che molti osservatori considerano un caso emblematico dello stato attuale della democrazia e dello stato di diritto in Armenia.

Carlo Coppola

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