
L’Università della California di Los Angeles ha compiuto un gesto rivoluzionario nel panorama della giustizia transitoria internazionale. Il Promise Armenian Institute, attraverso il suo Armenian Genocide Research Program (AGRP), ha reso pubblico un archivio digitale che potrebbe riscrivere le strategie legali per il riconoscimento dei danni del genocidio armeno. Si tratta della prima mappatura sistematica e accessibile delle proprietà sottratte agli armeni tra il 1915 e gli anni Trenta del Novecento.

Genocidio del popolo armeno del 1915
L’iniziativa nasce dal lavoro decennale del ricercatore Sait Çetinoğlu, che ha pazientemente raccolto migliaia di inserzioni d’asta pubblicate dalla stampa ottomana e poi turca. Questi annunci, apparentemente innocui comunicati amministrativi, celano in realtà la documentazione più dettagliata mai emersa sulla redistribuzione forzata del patrimonio armeno dopo la sua confisca sistematica.
L’archivio rivela con precisione chirurgica come il genocidio armeno non si limitasse all’annientamento fisico, ma contemplasse una strategia economica altrettanto devastante. Tra maggio e novembre 1915, il governo ottomano emanò una cascata di decreti che trasformarono il saccheggio in politica di Stato. Le proprietà armene vennero etichettate come “Emval-i Metruke” – beni abbandonati – una denominazione che mascherava la realtà di espropriazioni forzate su larga scala.

Il professor Taner Akçam (gariwo.net)
Il professor Taner Akçam, direttore dell’AGRP e figura di spicco negli studi genocidari, presentando il webinar “L’asta delle proprietà armene rubate: Emval-i Metruke” che si terrà il 18 settembre (ma già presentato in inglese il 16 giugno 2025), sottolinea come questa operazione rappresentasse una forma di ingegneria sociale attraverso la redistribuzione della ricchezza. Ogni abitazione, ogni appezzamento di terreno, ogni attività commerciale confiscata veniva accuratamente catalogata e successivamente riassegnata secondo criteri che favorivano specifici gruppi etnici e sociali.
Il passaggio dall’Impero Ottomano alla Repubblica di Turchia non interruppe questa logica espropriativa, anzi la intensificò. Con l’instaurazione del regime kemalista nel 1923, lo Stato si trovò in gravi difficoltà finanziarie e individuò nelle residue proprietà armene una risorsa strategica per il risanamento economico. Gli annunci d’asta analizzati dall’UCLA dimostrano come questa liquidazione del patrimonio armeno fosse condotta con metodica trasparenza burocratica. Un esempio emblematico è rappresentato da una inserzione del settembre 1931 nel quotidiano di Diarbekir, che annunciava la vendita dell’abitazione di Hatun, figlia di Ohan, nel villaggio di Ali Pinar. Il prezzo di aggiudicazione – appena 20 lire turche – evidenzia la natura simbolica di queste transazioni, finalizzate più al trasferimento della proprietà che al ricavo economico.
L’analisi condotta da Çetinoğlu rivela otto categorie principali di beneficiari delle espropriazioni: rifugiati musulmani (muhacir), istituzioni statali, forze armate, istituti bancari e commerciali, imprese private, organizzazioni legate al regime come il Focolare Turco e la Mezzaluna Rossa, l’Unione degli Insegnanti, e perfino familiari di dirigenti unionisti assassinati. Questa distribuzione non seguiva criteri casuali, ma rispondeva a un preciso disegno di consolidamento politico e sociale. Il regime kemalista utilizzò le proprietà confiscate come strumento di consenso, premiando la fedeltà politica e costruendo una nuova classe dirigente economicamente dipendente dal potere centrale.
Le dimensioni dell’espropriazione sono stupefacenti: oltre un milione di acri di terreno, migliaia di edifici residenziali e commerciali, circa 2.500 luoghi di culto e un migliaio di istituti educativi. Gli esperti stimano il valore attuale di questo patrimonio in centinaia di miliardi di dollari, cifra che rende l’iniziativa dell’UCLA particolarmente significativa dal punto di vista giuridico.

Bandiera armena e simbolo del genocidio
L’archivio, consultabile gratuitamente all’indirizzo www.international.ucla.edu/armenia/stolenarmenianproperties, rappresenta molto più di un semplice deposito documentale. Si tratta di uno strumento progettato per supportare future azioni legali, dotato di funzionalità di ricerca avanzate che permettono di identificare proprietà specifiche per località, tipologia e proprietario originale. La piattaforma è il risultato di un lavoro multidisciplinare che ha coinvolto traduttori specializzati come Attila Tuygan e Nanor Hartounian, volontarie come Aimee Frounjian e Anahit Gevorgyants, e il team tecnologico dell’UCLA. I documenti, originariamente in turco ottomano, sono stati tradotti in turco moderno e inglese, rendendoli accessibili a ricercatori, legali e discendenti delle vittime in tutto il mondo.
L’aspetto più innovativo dell’iniziativa riguarda le sue potenziali implicazioni legali. Il giornalista armeno-americano Harut Sassounian, che ha contribuito alla diffusione del progetto, propone una strategia giudiziaria ambiziosa: utilizzare l’archivio come base documentale per possibili cause legali contro la Repubblica di Turchia presso i tribunali federali statunitensi. Questa prospettiva non è puramente teorica. Sassounian suggerisce l’approvazione di una legge del Congresso che elimini i termini di prescrizione per crimini genocidari documentati, analogamente a quanto già stabilito per l’Olocausto. Una legislazione di questo tipo permetterebbe di intentare cause anche a distanza di oltre un secolo dai fatti, purché supportate da prove documentali incontrovertibili.
Le conseguenze di eventuali sentenze favorevoli potrebbero essere clamorose: i tribunali americani potrebbero autorizzare la confisca di asset turchi sul suolo statunitense, inclusi edifici governativi, conti bancari e proprietà commerciali per compensare i danni riconosciuti.
Il lancio dell’archivio rappresenta solo il primo passo di un percorso più ampio. L’UCLA invita chiunque possieda documenti storici, atti notarili o memorie familiari legate alle proprietà armene confiscate a contribuire all’espansione della piattaforma, contattando il sito armenian-info@international.ucla.edu. Sassounian ha rivolto un appello diretto alla diaspora armena globale: “L’UCLA ha fornito gli strumenti, ora tocca alla comunità trasformare questa conoscenza in azione legale”. È un invito che trascende la semplice commemorazione per abbracciare una dimensione di giustizia attiva e concreta.
L’archivio digitale delle proprietà armene confiscate segna un momento di svolta nella convergenza tra ricerca accademica, tecnologia digitale e giustizia transitoria. Attraverso questa piattaforma, l’UCLA non ha solo preservato una memoria storica, ma ha creato uno strumento di potenziale trasformazione legale e politica, dimostrando come la digitalizzazione possa diventare un veicolo di giustizia per crimini che sembravano destinati all’impunità.
M. Siranush Quaranta









