Due presunte opere dell’Antichità: la Tiara di Saitaferne e il Gigante di Cardiff (da Wikipedia)
Quante volte ci è capitato di ricevere su WhatsApp notizie clamorose che poi si sono rivelate bufale? O di vedere sui social media foto “storiche” completamente inventate? Nell’era di internet e dei deepfake, l’arte dell’inganno sembra aver raggiunto vette inedite. Eppure, guardando alla storia, scopriamo che l’essere umano ha sempre avuto un rapporto complesso con la verità e una fascinazione irresistibile per l’incredibile.
Immaginiamo per un momento di vivere nel 1872, in un’epoca in cui l’elettricità muoveva i primi passi e il petrolio iniziava a cambiare il mondo. In questo contesto, l’annuncio dell’inventore americano John Worrell Keely fece l’effetto di una bomba: aveva creato una macchina capace di produrre energia infinita senza alcun combustibile. Il “Pneumatic Pulsating Vacuo Engine” di Keely aveva una caratteristica unica: funzionava solo quando l’inventore suonava il violino. Le “vibrazioni musicali”, spiegava, attivavano il meccanismo segreto. Per 27 anni, questa storia convinse investitori facoltosi, tra cui la vedova Clara Bloomfield-Moore, che investì l’equivalente di oltre 50 milioni di euro di oggi. La verità, scoperta solo nel 1898, era ben diversa: sotto il pavimento del laboratorio si nascondeva un sistema di tubi collegato a una macchina a vapore in cantina. Non era il violino ad azionare il tutto, ma un semplice pedale nascosto. Oggi, sostituendo la macchina di Keely con promesse di criptovalute miracolose o investimenti “garantiti” sui social, il meccanismo resta identico: sfruttare i sogni delle persone per il proprio tornaconto. Molto prima che Neil Armstrong mettesse piede sulla Luna, nel 1835 il “New York Sun” aveva già “scoperto” la vita sul nostro satellite. Il giornale pubblicò una serie di articoli sensazionali attribuiti all’astronomo John Herschel: dal Capo di Buona Speranza, attraverso un telescopio rivoluzionario, aveva osservato foreste di pini, fiumi cristallini e creature simili a pipistrelli umanoidi che volavano sulla superficie lunare. La notizia fece il giro del mondo in poche settimane. Persino l’Accademia delle Scienze francese propose di inviare una commissione per verificare le scoperte. Solo in seguito si scoprì che tutto era frutto della fantasia di due giornalisti che volevano aumentare le vendite del quotidiano. Il parallelo con le fake news odierne è evidente: anche allora, una notizia sensazionale e apparentemente credibile poteva diffondersi rapidamente e ingannare persino gli esperti. La differenza principale è che oggi, grazie a internet, il processo è molto più veloce ma anche più facilmente verificabile. Nel 1896, il celebre museo parigino acquistò per l’equivalente di quasi 15 milioni di euro odierni una magnifica tiara d’oro, presumibilmente offerta nel III secolo a.C. dal popolo greco di Olbia al re scita Saitaferne. L’opera, di fattura squisita, scatenò dibattiti accesi tra gli esperti di tutto il mondo. La verità emerse solo nel 1903: l’orafo russo Israel Rouchomovsky confessò di aver creato la tiara nel suo laboratorio di Odessa. Il caso divenne emblematico dei rischi del mercato antiquario e dell’importanza della verifica scientifica. Questa vicenda ci ricorda quanto sia importante, anche oggi, verificare l’autenticità delle informazioni prima di condividerle. Quante volte condividiamo sui social articoli senza controllare le fonti, trasformandoci involontariamente in diffusori di notizie false? Nel 1869, alcuni operai che scavavano un pozzo a Cardiff, nello stato di New York, fecero una scoperta straordinaria: un gigante di pietra lungo tre metri, apparentemente fossilizzato. La notizia attirò folle di curiosi e studiosi illustri. Il “Gigante di Cardiff” divenne un fenomeno mediatico dell’epoca, girando gli Stati Uniti come attrazione itinerante. La verità? Era opera del tabaccaio George Hull, che aveva scolpito la statua per vincere una discussione con un pastore metodista sull’esistenza dei giganti biblici, il pastore successivamente arrivò addirittura a identificare la statua come la pietrificazione della moglie di Lot, di cui si parla Bibbia, incurante che il manufatto presentasse un vistoso attributo maschile (appositamente occultato) e che si fosse verificato non essere di sale ma di comune pietra locale.
Questi casi storici ci insegnano che il successo di una mistificazione dipende da alcuni fattori sempre attuali: sfrutta desideri e paure collettive, coinvolge apparenti autorità credibili, e si diffonde rapidamente attraverso i media dell’epoca. Oggi la velocità di diffusione è enormemente aumentata, ma paradossalmente abbiamo anche più strumenti per verificare le informazioni. Il problema è che spesso non li utilizziamo, preferendo condividere immediatamente ciò che conferma le nostre convinzioni o che ci emoziona.
Prima di credere a una storia troppo bella o troppo terribile per essere vera, facciamoci qualche domanda in più. Dal moto perpetuo di Keely alle catene di Sant’Antonio su WhatsApp, dal “Gigante di Cardiff” alle foto false che circolano su Instagram, l’essere umano sembra avere una costante fascinazione per l’straordinario. E forse, in fondo, è proprio questa nostra curiosità – anche quando ci porta fuori strada – a rendere possibili sia le più grandi mistificazioni che le più grandi scoperte della storia. La differenza tra genio e ciarlatano, tra informazione e disinformazione, spesso sta nei dettagli. E nell’importanza di verificare sempre le fonti, oggi più che mai.
Carlo Coppola










